Cross teso da sinistra di Sofia Cantore, Cristiana Girelli spunta sul secondo palo e di testa manda la palla in rete. Il novantesimo è scoccato da poco e per la Norvegia non ci sarà tempo di rimediare al nuovo svantaggio: le azzurre vincono 2-1 e staccano il pass per la semifinale dell’Europeo femminile 2025.
È un’impresa, titanica, se si pensa a quanto poco spazio i media danno in Italia al calcio giocato dalle donne: sulla Gazzetta dello Sport che lunedì 14 luglio celebrava giustamente Sinner vincitore di Wimbledon, non c’era una sola riga su come le azzurre si stavano preparando al fondamentale quarto di finale di mercoledì 16 contro le norvegesi, mentre si poteva sapere tutto del mercato del Torino di Urbano Cairo1; gli stessi telegiornali Rai nelle prime due settimane di Europeo hanno dato poche notizie sui prepartita e sui match giocati dalle azzurre, benché la tv pubblica avesse in esclusiva i diritti del torneo e, quindi, avrebbe dovuto avere interesse a far aumentare l’hype su di esso.
È un’impresa, titanica, se si pensa a come era finita male l’avventura di Milena Bertolini sulla panchina delle azzurre poco meno di due anni fa (eliminazioni al primo turno sia all’Europeo del 2022 che al Mondiale 2023, dopo batoste con Francia e Svezia e sconfitte difficili da digerire con Belgio e Sud Africa) e come tutto questo aveva fatto evaporare quanto di buono era stato fatto al Mondiale precedente, quello francese del 2019 (primi nel girone, vittoria agli ottavi ed eliminazione ai quarti). Perché quelli del “bucatele quel pallone”, del “calcio è solo maschile”, del “sono goffe anche in figurina” erano tornati a riempire i social con i loro commenti sprezzanti e sessisti. Incapaci persino di ammettere che in Paesi calcisticamente evoluti come Francia, Inghilterra o Spagna, nelle grandi occasioni, il calcio al femminile riempie gli stadi.
È un’impresa, titanica, se si pensa che a settembre 2023 la FIGC, per sostituire Bertolini, una che aveva passato quaranta anni e più della sua vita sul terreno di gioco, aveva chiamato Andrea Soncin da Vigevano, che aveva assaggiato la A da giocatore con Atalanta e Ascoli, allenava da un annetto e aveva zero esperienza di squadre femminili. Una scelta fatta chissà in base a quali parametri (basta ascoltare le parole farfugliate dal presidente federale Gravina al termine di Italia-Norvegia per sospettare che i vertici del calcio italiano abbiano poca contezza del movimento femminile). Una scelta che però si è rivelata azzeccata, tanto che Soncin è diventata una di loro, è una persona che non ha timore a commuoversi in diretta tv, a parlare con il femminile sovraesteso, a dire che allenare e vincere con l’Italia femminile è la cosa più bella della sua vita.
È stata un’impresa qualificarsi per le semifinali, ma è un unicum nella storia delle azzurre? O in passato si è andati anche oltre? E qui si apre un altro capitolo relativo alle discriminazioni che, anche inconsciamente, si perpetrano nella narrazione sportiva quando si ha che fare con risultati raggiunti dalle donne.
Quando l’Italia di Lippi nel 2006 vinse il Mondiale, a qualcuno è venuto in mente di raccontarlo come il primo Mondiale vinto dagli azzurri da quando la fase finale è a 32 squadre? E, quindi, indirettamente mettere in secondo piano i titoli del 1934, del 1938 e del 1982?2 Non credo proprio.
Eppure, i distinguo proposti dalla pur bravissima Tiziana Alla in diretta Rai al termine di Italia-Norvegia sono di questo tipo. La giornalista ha, infatti, correttamente ricordato a inizio telecronaca che le azzurre avevano raggiunto per l’ultima volta una semifinale all’Europeo del 1997, anno in cui arrivarono sino in finale e furono battute 2-0 dalla Germania di Birgit Prinz, l’attaccante che nel 2002 Luciano Gaucci voleva far giocare in Serie A (maschile) con il suo Perugia.3
Poi, però, a qualificazione conquistata, la stessa Alla ha più volte sottolineato che era la prima volta che l’Italia era in semifinale da quando la fase finale era a 16 squadre. Un argomento che avrebbe fatto rivoltare Pozzo e Bearzot nella tomba se fosse stato usato al maschile nel 2006. E, invece, è diventato il grimaldello per esaltare come unico e mai ottenuto prima l’obiettivo appena raggiunto. Tanto che Soncin, di fronte alla consapevolezza di questa prima volta -che in realtà era la settima- ha dichiarato di esser contento ancor di più di «aver scritto la storia».
Del resto, l’attuale allenatore delle azzurre la storia dei risultati della Nazionale femminile non l’ha mai studiata e nessuno gliela ha mai raccontata. Se citate, le Morace, le Vignotto, le Panico vengono narrate come entità appartenenti a un calcio femminile diverso, come se avessero fatto un altro sport. È stato agevole dimenticare i risultati da loro raggiunti: nei venti anni successivi nel Nord Europa, negli Stati Uniti, in Giappone il calcio al femminile ha iniziato a crescere davvero, mentre le azzurre per i vertici del calcio italiano erano solo “quattro lesbiche” che volevano soldi e, guarda caso, hanno smesso di essere un punto di riferimento a livello internazionale.4
Il problema è che il mondo nostrano del pallone è ancora pieno di gente che parla delle azzurre solo se vincono. È gente che non ha interesse a dare una prospettiva storica al calcio giocato dalle donne e che, alle prime difficoltà che le azzurre avranno in futuro, sarà pronta a cancellare quanto fatto dalle Girelli, dalle Bonansea e dalle Giuliano a Euro 2025, per giustificare il disinteresse a investire nel settore. Il diritto a una storia da preservare, ricostruire e tramandare, va, infatti, di pari passo con il diritto del calcio al femminile a essere considerato degno, al di là di cosa accade in campo.
Invece, stiamo ancora al punto in cui amplificare ad arte il portato dei risultati raggiunti sul terreno di gioco è la migliore strategia per chiedere e ottenere che si parli delle azzurre.
Detto questo, la storia in Svizzera le nostre calciatrici la stanno facendo davvero: hanno fatto vedere che si può affrontare con serietà e spirito di gruppo un torneo importante, senza perdere la spensieratezza e la capacità di assaporare ogni momento; non hanno avuto timore di lanciare messaggi sociali e politici, vedi i polsini con la scritta “Pace” indossati da tutte contro il Portogallo o Linari che, capitana al posto di Girelli contro la Spagna, opta per la fascia rainbow e spiega ai microfoni Rai che è per sensibilizzare sulle discriminazioni subite dalla comunità LGBT; sono diventate un modello per tutte le bambine e le ragazzine, cui stanno mostrando che giocare a calcio a livelli alti, per una donna, non è un sogno, ma un obiettivo.
Nell’immagine in evidenza: Girelli dopo aver segnato il gol dell’1-0 alla Norvegia


