Pauline Ferrand-Prévot che in maglia, pantaloncini e bici gialla taglia a braccia alzate il traguardo dell’ultima tappa del Tour de France Femmes avec Zwift 2025. È questa la foto-notizia che lunedì 4 agosto campeggia in prima pagina, in taglio alto, sul Wall Street Journal. Il titoletto dice «La vincitrice del Tour femminile raggiunge una nuova vetta» e l’articolo di Joshua Robinson sul sito del quotidiano ricorda che la ciclista francese è stata già campionessa mondiale di ciclismo su strada, di ciclocross e più volte di mountain bike; che c’è stato un momento in cui deteneva contemporaneamente tutti e tre i titoli; che nel 2024 ha vinto l’oro olimpico nella mountain bike; e che si era data tre anni per vincere il Tour de France, ma gliene è bastato uno. 
Ferrand-Prévot è, quindi, lì, in prima pagina, per lo stesso motivo per cui sette giorni prima, seppur in taglio basso, c’era finito Pogačar con dietro l’Arco di Trionfo: è il tributo di un quotidiano, americano, a una atleta, francese, che ha realizzato un’impresa considerata di caratura internazionale. Ora, la bicicletta a quelli del WSJ di sicuro piacerà, ma tutto quello spazio dato a una sportivA di altra nazionalità, è la cosa che più spiazza chi è narcotizzato dal modo in cui i media italiani raccontano il mondo dello sport: un po’ di spazio al femminile solo se di mezzo c’è una vittoria azzurra e, comunque, sempre massima attenzione sul mercato dell’Inter e sulla dieta di Sinner!

Non è, però, di come la Rai non ha trasmesso il Tour femmes o di come la Gazzetta lo abbia alquanto ignorato, non è di questo che voglio parlare. In fondo, benché federazione nazionale, rosea e servizio pubblico si fossero fatti complimenti reciproci al termine del Giro women 2025,1 chi è appassionato di ciclismo al femminile sa che questo va cercato altrove, su altre piattaforme.
E chi ha seguito tutte le tappe di quest’anno non aveva neanche bisogno che Ferrand-Prévot finisse sulla prima pagina del WSJ per capirlo, perché ha visto quanta gente c’era sulle strade a Brest, Quimper, Chambéry, sul Col de la Madeleine o a Châtel: ASO si è preso (anche) il ciclismo femminile e, in soli quattro anni, il Tour de France femmes avec Zwift si è preso la Francia. 

Non solo Ferrand-Prévot.
Il piano per rivincere il Tour dopo tanti, troppi anni, è venuto in mente all’indomani dell’oro della francese nella mountain bike all’Olimpiade parigina. Con quel successo Ferrand-Prévot si era definitivamente messa alle spalle la caduta che all’Olimpiade di Tokyo, nel 2021, non le aveva permesso di lottare fino in fondo per la vittoria, lei che in quel momento era bi-campionessa mondiale in carica. C’era, quindi, spazio per un altro obiettivo e qui devono essere intervenuti la Amaury Sport Organization, ASO per gli amici, la società che organizza i Tour e possiede il quotidiano sportivo L’Equipe, e Marion Rousse, direttrice del Tour femmes, nonché compagna di quel Julien Alaphilippe che nel 2019 era arrivato in maglia gialla fino alla tappa numero 18, facendo sognare i francesi.
Il passaggio alla Visma | Lease a bike, la campagna di primavera con il successo alla Parigi-Roubaix (e relativa prima pagina de L’Equipe), il ritiro quasi monacale ad Andorra, la perdita controllata di peso, sono state tutte tappe del percorso che ha portato Ferrand-Prévot a vincere il Tour già il primo anno e non è detto che anche una Vollering in perfetta forma ce l’avrebbe fatta a fermarla.

ASO e L’Equipe hanno ringraziato la donna su cui avevano investito, dedicandole copertina e tante pagine di giornale in occasione dei successi ottenuti nelle due tappe finali. Roba da mandare in taglio alto l’eroe di Parigi 2024, Léon Marchand!2 Ma questa è solo la punta dell’iceberg.
Ancor prima di Ferrand-Prévot, è toccato alla sua connazionale Maeva Squiban l’onore della copertina de L’Equipe e in tutti i giorni precedenti c’era sempre un richiamo in taglio alto a una Vos, una Vollering o una Kopecky, sintomo di quanto il Tour femmes sia stato sponsorizzato, trasmesso e seguito in Francia e di quanto il quotidiano sportivo gli abbia dato spazio, ancor prima che le atlete transalpine vincessero tappe e maglie.

Insomma, dall’esterno Tour de France 2025 e Tour de France femmes avec Zwift 2025 sono sembrati la stessa cosa e, non a caso, a ottobre 2024, erano stati presentati alla stampa insieme.

La storia non assolve ASO, almeno per adesso.
In soli quattro anni, ASO ha fatto capire quale ritorno si può avere investendo, bene, su di una manifestazione sportiva al femminile e il movimento francese ne ha anche giovato tantissimo: Ferrand-Prévot è tornata a correre e vincere su strada, Squiban si è dimostrata una giovane scalatrice di grande talento e capace di azioni spettacolari, la stessa Vollering -la numero uno al mondo- corre dal 2025 con una squadra transalpina.
Tutto questo non deve, però, far dimenticare che tra il 1984 e il 2009 altri hanno organizzato Tour de France femminili, che dal 1990 L’Equipe/ASO3 ha osteggiato apertamente queste corse a tappe senza degnarsi di varare fino al 2022 un proprio Tour riservato alle donne e che, quando lo ha fatto, si è iniziata a comportare come se tutto quello che è accaduto prima non contasse!

Un modo di agire scorretto nei confronti delle cicliste che hanno pedalato in quel periodo, lottando contro una società piena di stereotipi e un mondo sportivo che non le considerava “all’altezza” dei colleghi maschi. Cicliste come Jeannie Longo, che alla Francia ha portato 13 titoli mondiali tra strada e pista e un oro olimpico, che ha vinto 58 titoli nazionali tra il 1979 e il 2011, che al Tour de France féminin organizzato dalla Société du Tour de France è arrivata prima tre volte (1987, 1988, 1989).4
Quando Marion Rousse e molti media mainstream hanno iniziato a dire che Ferrand-Prévot poteva riportare la Francia a vincere un Tour a quaranta anni di distanza da quel 1985, in cui ci riuscì per l’ultima volta Bernard Hinault, Longo si è sentita depressa, messa da parte, ignorata nonostante i tanti successi portati al ciclismo francese. L’Equipe e l’organizzazione devono aver provato a mettere una pezza: una lunga intervista il giorno in cui Ferrand-Prévot ha conquistato la maglia gialla e l’invito ad assistere all’arrivo dell’ultima tappa. Quando l’hanno inquadrata, la scritta in sovraimpressione recitava “Jeannie Longo – vainqueur du Tour de France femmes 1987, 1988, 1989”. Ma non basta, non può bastare. Anzi, è un campanello d’allarme, visto quanto poco tempo un Paese sciovinista e con una diffusa cultura del ciclismo come la Francia ci ha messo a dimenticare Longo.
Negare una prospettiva storica è il modo migliore per rimarcare il proprio ruolo di Deus ex machina e per tenere sotto controllo un fenomeno, facendolo passare per un evento eccezionale. ASO ha interesse che solo il suo Tour de France Femmes avec Zwift venga ricordato, così ha il rubinetto dalla parte della maniglia. Non sia mai il prodotto smettesse di crescere o di rappresentare un buon investimento… quel rubinetto potrebbe essere chiuso.
Certo, l’edizione del 2025, la vittoria francese, il pubblico sulle strade potrebbero aver segnato il punto di non ritorno, potrebbero aver fatto diventare il Tour femminile un patrimonio collettivo, un qualcosa che si deve fare per forza, a ogni costo. Ma per capirlo servirà qualche altra edizione.

Intanto, il mio pensiero finale va a Catherine Marsal. Perché, a dirla tutta, era stata lei l’ultima persona di nazionalità francese a vincere un Tour prima di Pauline Ferrand-Prévot: anno 1990, in quello che dovette chiamarsi Tour de la CEE Féminin per non urtare il direttore della Grande Boucle maschile Jean Marie Leblanc. Ecco, lei l’hanno davvero ignorata, ancor più di Jeannie Longo.