Morena Tartagni, nata a Predappio nel 1949, ha vinto due argenti e un bronzo nella prova in linea ai Mondiali di ciclismo su strada tra il 1968 e il 1971. È stata la prima ciclista italiana a salire su un podio iridato, così come è stata la prima ciclista italiana a far segnare un record mondiale, a essere insignita della Medaglia d’Oro al Valore Atletico, a vincere una gara internazionale all’estero. Nel libro Volevo fare la corridora (Ediciclo, 2022) Gianluca Alzati ripercorre le esperienze di vita, di sport, di lotta di questa atleta che sin da giovane sognava, per sé e per le sue colleghe, un mondo diverso, un mondo in cui federazione italiana, società, giornalisti non le considerassero donne, più o meno piacenti, che pedalavano per diletto, in attesa di trovar marito.
Per questo e cento altri motivi Morena Tartagni è la persona giusta per capire cosa voleva dire fare la corridora ai suoi tempi e cosa è cambiato/non è cambiato da allora. 

5cds: Leggendo il libro di Alzati, si ha la sensazione che lei fosse una predestinata: a otto anni confessa a Ercole Baldini che da grande vuole fare la corridora1; a quindici “ruba” per qualche ora una bici da corsa e il proprietario, Enrico Zanaboni, invece di prendersela con lei, le offre di entrare nel suo gruppo sportivo; i suoi genitori non le dicono di no ed ecco che il 1° maggio del 1965, a sedici anni non ancora compiuti, partecipa con la maglia della Pregnanese alla sua prima gara.

MT: Più che una predestinata, io mi sono sempre sentita privilegiata e fortunata, perché ho conosciuto casualmente il direttore di questo gruppo sportivo amatoriale con sede a Pregnano, un paesotto della provincia di Milano2. Ebbene, Zanaboni e il presidente della Pregnanese Alberto Cogliati hanno deciso subito di investire su di me. E, poi, mi sento privilegiata e fortunata, perché ho avuto due genitori che hanno, a loro volta, investito sulla passione della loro figlia, cosa non banale per l’epoca; e sono diventati i miei primi tifosi.

5cds: Non aveva obblighi scolastici quando ha iniziato ad allenarsi?

MT: Io ho finito le scuole a 15 anni, ho fatto le commerciali3. Ho studiato steno-dattilografia e con il diploma avrei potuto fare l’impiegata, che era quello che allora facevano tante ragazze della mia età, finché non trovavano marito.
Negli anni successivi ho seguito solo qualche corso di aggiornamento, ma -come dicevo prima- la mia fortuna è stata quella di avere genitori che mi davano la massima libertà di potermi allenare.

5cds: Ci parli un po’ degli allenamenti, della Pregnanese, del suo impatto con il ciclismo agonistico… 

MT: Nel 1964, quando ho iniziato, la Pregnanese non aveva più una squadra maschile, al massimo erano rimasti ad allenarsi con loro alcuni dilettanti.4   
Io sono stata la prima ciclista a entrare nel gruppo sportivo e con me sono state tesserate altre tre atlete. Così, la Pregnanese è diventata la prima squadretta femminile dell’hinterland di Milano.

Tutte noi, immancabilmente, avevamo un gruppo sportivo di riferimento, altrimenti non ci saremmo potute iscrivere alle corse. Per corridore come Maria Cressari o Giuditta Longari, era stato più facile trovarne uno, perché avevano in famiglia fratelli, cugini, zii che avevano corso o correvano ancora e, allora, le società sportive, per cui questi parenti erano stati o erano ancora tesserati, tesseravano anche loro. Non c’erano vere e proprie squadre femminili.
Per questo dico che sono stata fortunata a trovare persone che hanno creduto in me. 

Mi chiedevi degli allenamenti. Per me la figura di riferimento era l’ex professionista Alfredo Bonariva5. Anche qui, a proposito di coincidenze… Io prendevo il pullman con sua sorella, che, saputo che andavo forte in bicicletta, me lo presentò. Io lo presentai in Pregnanese e divenne così il mio direttore sportivo.   
Bonariva portò un progresso nella preparazione, nelle tabelle di marcia per gli allenamenti in pista che mi hanno permesso immediatamente di migliorare. Io uscivo a pedalare al pomeriggio o al mattino, a seconda di quanto lui mi chiedeva. Mi ha saputo incanalare subito: a me piaceva andare in bicicletta, che ne sapevo della preparazione, delle corse, dell’agonismo!

Io ero una che più erano i chilometri, meglio mi trovavo. Ma quando ho iniziato era tutto-tutto limitato: limitata la distanza massima che poteva avere una gara femminile (80 km), limitata l’età di partecipazione (dovevi avere almeno 15 anni e non più di 40), c’era un’unica categoria e tutte correvamo insieme, anche per via dell’esiguo numero di partecipanti. La categoria juniors è arrivata più tardi, a seguito di una battaglia che anche io ho combattuto.
Oltre alle gare su strada, c’era anche l’attività su pista. A Milano c’era il Vigorelli. Il 1966, il primo anno in cui è stato assegnato un titolo femminile al Campionato italiano su pista, io ho gareggiato nell’inseguimento, sulla distanza dei 3km. Lì hanno capito che potevo essere una protagonista, perché mi sono subito classificata seconda dietro Florinda Parenti.

5cds: Ma quanto durava la stagione agonistica? E chi organizzava le gare a cui partecipava?

MT: La stagione iniziava a marzo e finiva la prima settimana di ottobre, con la classica Como-Ghisallo. Le gare cui partecipavo erano quasi tutte in Lombardia, in paesotti delle province di Varese, Como, Cremona. Erano organizzate da società sportive della zona, da appassionati della bicicletta.
Qualche volta andavo a correre in Emilia Romagna o in Toscana. La mia prima vittoria della carriera fu a Prato, nel 1966, al G.P. Le Querce; era una gara internazionale perché vi parteciparono belghe, francesi, lussemburghesi.6 Non credo che gli anni dopo venne ripetuta; è l’unica gara internazionale in territorio italiano cui mi ricordo di aver partecipato. In qualche gara in Lombardia arrivava qualche svizzera, con un permesso speciale, ma non si potevano dire per questo internazionali. 
Mondiali a parte, ho fatto la mia prima trasferta in Austria, con la Nazionale, nel maggio del 1972. Abbiamo corso sul circuito di Zeltweg, ho vinto ed è stata la prima vittoria di una ciclista italiana all’estero.

In totale facevamo una trentina di gare all’anno. Potevamo gareggiare solo al sabato e alla domenica, non c’erano giri e corse a tappe. Solo il Giro della Provincia di Varese prevedeva quattro prove, ma in fine settimana differenti e si stilava una classifica a punti. Io l’ho vinto nel 1974 e nel 1975. 
C’era poi il campionato italiano su strada, assegnato in gara unica… 

5cds: Correvate sullo stesso percorso degli uomini?

MT: Ma cosa dici? Non sia mai! Donne e uomini dovevano restare mondi separati! Pensa che quando andammo in Germania per il Mondiale del 1966 la federazione italiana ci mise in due alberghi diversi. Noi donne non potevamo essere ospiti della stessa struttura degli uomini. Poi, come ripeto spesso, le cose un po’ cambiano e già a Leicester, tre anni dopo, eravamo tutti ospitati nei college dell’Università e lì si sono anche incominciate a formare le prime coppie…

5cds: E qui si apre un grande calderone, ma di come vi trattava la Federciclismo, di Nazionale italiana e delle sue medaglie mondiali ne parleremo più approfonditamente nella seconda parte dell’intervista. Per adesso, chiudo con una curiosità… internazionale. Nel 1977, alla ricerca di nuovi stimoli, lei ha corso per una squadra belga, la Gaston Smets. Quali differenze ha riscontrato con il mondo delle gare a cui era abituata in Italia?

MT: Quando si parla di organizzare corse, in Italia siamo i primi. In Belgio, in Olanda non curavano i minimi dettagli. Però, agonisticamente parlando, le gare lì erano un’altra cosa, c’era molta più competizione, molta più combattività, partecipava più gente che veniva da fuori. Erano sempre gare internazionali.
In Italia eravamo in poche, le gare erano monotone: c’era tanto gioco di squadra e, se andava via l’atleta della squadra più forte, era finita. All’estero mi divertivo di più. L’unica cosa brutta è che c’era tanto tanto tanto pavé!

continua…

Puntata successiva: Morena Tartagni, medaglie e pregiudizi