Continua l’intervista a Morena Tartagni, la prima ciclista italiana a salire su un podio iridato, la corridora che ha sempre sognato un mondo diverso, un mondo che rispettasse la sua professionalità e quella delle sue colleghe e non le considerasse solo donne che pedalavano per diletto, in attesa di trovar marito. 

5cds: Se nella prima parte abbiamo parlato di come ha iniziato a correre in bici, delle società per cui ha corso, di quanto si allenava e di come era strutturata la stagione agonistica al femminile, in questa seconda parte ci concentreremo sulla Nazionale. Anche perché lei, Morena Tartagni, resterà per sempre nella storia del ciclismo azzurro, grazie a quel bronzo colto nella prova in linea a Imola nel 1968.

La storia racconta che nel 1958, con appena 37 anni di ritardo rispetto al primo Mondiale su strada riservato agli uomini, l’Unione Ciclistica Internazionale (UCI) aveva finalmente aperto alle donne. Solo che l’Italia, nota potenza ciclistica in campo maschile, non aveva colto neanche una medaglia in dieci edizioni della gara femminile. Anzi, se non fosse stato che nel 1962 il Mondiale si teneva a Salò…

MT: In Italia, all’inizio degli anni Sessanta del Novecento le società sportive avevano cominciato a tesserare ragazze. Era, però, una richiesta che veniva assolutamente dal basso. Dall’alto eravamo viste solo come un costo e per questo eravamo ritenute un peso, un fastidio. Il ciclismo era uno sport prettamente maschilista, anche a livello dirigenziale, e in federazione non volevano perdere tempo con noi.
Però, nel 1962 c’era da organizzare il Mondiale su strada a Salò e, per non fare la figuraccia di non averci neanche pensato, la federazione si diede da fare e mise su una squadra femminile con Cressari, Longari, Vittari e Florinda Parenti. Lei era la più forte, viveva in Belgio da quando era piccola e lì si era fatta le ossa. Andarono da lei e le dissero “Dai vieni con noi” che ti paghiamo il viaggio e tutto. Grazie al cielo che le ragazze sono andate alla partenza e che hanno finito la gara!1

5cds: Nei tre anni successivi la Nazionale femminile non venne proprio formata e si dovette attendere il Mondiale del 1966, al Nürburgring, per rivedere cicliste italiane all’opera. E tu eri tra queste. 

MT: Sì, ero la più piccola, la più inesperta, il circuito era difficilissimo, ma ci vuole sempre un inizio e per me fu un’esperienza importante, anche se non mi classificai. Guardando le cicliste delle altre nazioni, pensai: “È andata così, ma in futuro vi farò vedere!”.
L’impegno della federazione continuava a essere scarso. Nel 1966, ci pagò il viaggio e l’alloggio, ci diede le divise e basta; non facemmo nessun allenamento specifico in preparazione della gara. Nel 1967, di nuovo niente Nazionale femminile al Mondiale, perché “se non avete fatto niente l’anno scorso, cosa ci andate a fare?”… Sì, ma se non ci fate mai gareggiare contro le più forti, come facciamo a migliorare? Io, ad esempio, nel 1967 avevo vinto sette corse su territorio italiano, ma nessuna di queste era una corsa internazionale.

Per fortuna, nel 1968 i Campionati del mondo erano di nuovo in Italia, a Imola, e allora i vertici federali si impegnarono un pochino di più. Ci hanno viziate. [Ride] Ci diedero un preparatore atletico, un meccanico e anche un tecnico, Rimoldi uno che mangiava pane e ciclismo. Era anche dirigente del comitato regionale lombardo, nonché suocero di Pettenella.2
Rimoldi si impegnò a seguirci in alcune corse e, soprattutto, nel ritiro collegiale si accorse che avevo una preparazione atletica adeguata e che andavo forte.
Comunque, arrivammo a Imola, per il Mondiale, senza mai aver fatto gare internazionali! Io ero in forma, ma non avevo punti di riferimento. Così, scelsi di giocare in difesa, le altre attaccavano e io andavo dietro. Il tutto si decise in volata e io arrivai terza, a mezzo metro dalla vincitrice, l’olandese Cornelia [Keetie] Hage3.

5cds: Bronzo e i giornali scoprirono Milena Tartagni!

MT: Beh, se i giornali non si interessavano a me e al ciclismo italiano femminile neanche dopo una medaglia vinta, si sarebbero mostrati davvero limitati. I risultati sono alla base della diffusione di uno sport.
Così, iniziarono a chiedersi chi fossi, da dove arrivassi… e a parlare di Milena Tartagni, tanto che i miei amici mi dicevano: “Ma guarda che sul giornale hanno sbagliato a scrivere il tuo nome!”. In realtà, per l’anagrafe, io sono Milena Morena. Evidentemente, qualche giornalista aveva letto quel “Milena” su qualche documento ufficiale e lo usava al posto di “Morena”, che è come mi chiamano tutti.

A parte questo curioso aneddoto sul mio nome, spesso ci rimanevo male quando mi intervistavano. Io mi aspettavo domande tecniche, sullo svolgimento della gara, sulle difficoltà incontrate, su come le avevo superate e, invece, no! L’unico grande pensiero era sapere se ero fidanzata, se avevo intenzione di metter su famiglia, se pensavo a un futuro come mamma, moglie, casalinga, che era poi l’immagine che la società e la stampa da sempre riservavano alle donne. Poi, in molti articoli si doveva per forza notare se avevi le cosce grosse, se avevi qualche chilo in più, se avevi gli occhiali, se eri bella o brutta.

C’erano, comunque, dei giornalisti che avevano preso simpatia per il femminile e che, magari, non riuscivano a scrivere troppo di noi cicliste perché i direttori non volevano che ci si desse troppo spazio. In particolare, mi ricordo di Gino Sala de L’Unità, che nel 1969 avrebbe vinto la penna d’oro con un articolo su di me.4 E poi sarebbe stato per me di grande orgoglio avere una pagina dedicata su Topolino nel 1971.

5cds: Torniamo al non semplice rapporto con i vertici federali. Adesso che c’era chi vinceva medaglie, la Federciclismo iniziò a investire anche nel settore femminile?

MT: Più che altro furono obbligati ad avere un minimo di rispetto verso il nostro movimento, tanto che, dal 1968 in poi, la Nazionale non avrebbe più saltato un Mondiale femminile. I dirigenti federali iniziarono a seguirci, ma sempre con i soliti pregiudizi. Continuavano a non aver fiducia in noi e, se c’era da risparmiare, lo facevano senza pensarci due volte. Per esempio, se il Mondiale si correva lontano dall’Italia, tipo quello del 1970, le due riserve venivano lasciate a casa e si portavano solo le sei titolari, rendendo impossibili cambi o sostituzioni dell’ultima ora.

5cds: A proposito del 1970. Nel 1969 era andata male, però, l’anno dopo a Leicester ti prendesti una rivincita d’argento. Un risultato bissato nel 1971 con molti più rimpianti, anche a causa della miopia di alcune scelte tecniche basate sui pregiudizi…

MT: Sì, nel 1970 mi sentivo in piena forma, negli allenamenti andavo forte e, soprattutto, conoscevo un po’ di più le mie avversarie. Arrivai seconda, a pochi centesimi dalla sovietica Anna Konkina, ma fu colpa mia. Mi ero fissata su Cornelia Hage, la vincitrice del 1968 e mio mito. Quando negli ultimi chilometri capii che lei non si sarebbe mossa dalla coda del gruppo e non avrebbe fatto la volata, inizia a rimontare posizioni, ma non riuscii a recuperare quel metro di vantaggio che Konkina si era preso.

L’anno dopo, al Mondiale di Mendrisio, accadde, invece, un episodio che, nonostante sia passato così tanto tempo, racconto sempre con un briciolo di rammarico. Mi brucia il fatto che non venni tenuta in considerazione in quanto donna e che venne messa in dubbio la mia intelligenza di atleta. Chiesi il rapporto che ritenevo giusto per le mie capacità e per il percorso; in pratica, mi risposero “cosa vuoi sapere tu, donna, della bicicletta e dei rapporti” e mi montarono un rapporto più agile.5 Non è presunzione: sono sicura che, se avessi avuto lo stesso rapporto di Konkina (ovvero, il rapporto che volevo io), non avrei fatto ventimila pedalate in più di lei, e la sovietica stavolta l’avrei superata. Motivo per cui Konkina, a fine gara, mi regalò la medaglia d’oro e la maglia di campionessa del mondo.

Dopo quello del 1971 partecipai ad altri Mondiali su strada, l’ultimo nel 1979; ma mi misi sempre al servizio delle altre, a partire da Luigina Bissoli.

5cds: Bissoli che, a Ostuni, nel 1976, avrebbe riportato l’Italia sul podio nella prova in linea femminile, argento dietro l’ormai 27enne Keetie Hage.
Per vedere una italiana campionessa del mondo bisognerà, invece, aspettare il 1997 e Alessandra Cappellotto. Ventisei anni è, quindi, il ritardo che ha imposto al ciclismo italiano al femminile quella scelta di montare un rapporto sbagliato per puro pregiudizio

continua…

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