Si conclude l’intervista a Morena Tartagni, la prima ciclista italiana a salire su un podio ai Mondiali. Dopo aver raccontato la sua carriera agonistica, è il momento di parlare anche di altro.
5cds: Abbiamo lasciato Morena Tartagni con la maglia di campionessa del mondo del 1971. Una maglia che avrebbe potuto conquistare sul campo, se solo i tecnici della Nazionale italiana le avessero dato ascolto, e che, invece, ebbe in dono dalla sovietica Anna Konkina, conscia di quanto quel giorno l’azzurra sarebbe andata più forte di lei, se solo le avessero montato il rapporto giusto. Quel gesto segnò anche l’inizio di un’amicizia.
MT: Anna Konkina si dimostrò un’avversaria leale e per questo diventammo amiche. Lei e suo marito, anche lui un ciclista, furono ospiti miei e di Alfredo Bonariva, in Italia, e io fui loro ospite a Leningrado, l’attuale San Pietroburgo, a metà degli anni Settanta. Ebbi così la possibilità di vedere con i miei occhi quella bellissima città: l’Ermitage, i ponti alzati sulla Neva alle due di notte, la Fortezza d’inverno. Anna, poi, mi presentò la sua allenatrice e mi fece vedere la pista dove era solita allenarsi. Andammo anche all’università, in cui lei si era laureata in ingegneria ferroviaria, e mi mostrò una sala alle cui pareti erano appesi dei poster giganti dei più grandi campioni e delle più grandi campionesse dello sport sovietico.
Vidi tanta bellezza, ma vidi anche quanto fossero limitate le loro libertà personali. Insomma… in URSS ad allenarmi ci sarei andata al volo, ma a viverci non ci sarei mai andata. [ride]
5cds: Maglia di Konkina a parte, c’era, comunque, stato un momento in cui lei era salita idealmente sul tetto del mondo. Era l’autunno del 1968…
MT: Il Mondiale di Imola era andato bene, i giornali avevano parlato di me e, allora, i tecnici mi proposero di provare a battere un record del mondo. Non me la sentivo di puntare a quello dell’ora e, così, ci concentrammo sui 3 km su pista, che era la distanza su cui si svolgevano le gare di inseguimento ai Mondiali1.
Il primato mondiale all’epoca lo deteneva l’inglese Beryl Burton. La federazione italiana fu avvisata che a Varese avrei provato a batterlo e mandò i giudici. Io feci la mia parte, ma niente gioia: non c’era il medico per farmi l’antidoping e il mio record non poteva essere omologato!
Non si dice polemicamente “Brava Federazione”, si dice “Va bene” e si pensa: andiamo a Roma che magari facciamo un tempo ancora migliore e lì un medico si troverà più facilmente!
Per fortuna le cose andarono proprio così e il 28 ottobre 1968 fermai il cronometro sul tempo di 4’09″3, quasi cinque secondi meglio del primato di Burton, e diventai la prima ciclista italiana a far segnare un record del mondo riconosciuto dalla federazione internazionale2
Però, anche stavolta mi era costato uno sforzo aggiuntivo aprire la strada e far capire a chi-di-dovere che noi cicliste eravamo atlete a tutti gli effetti e che dovevano rispettarci.
5cds: L’ennesimo aneddoto agrodolce della corridora che fa emergere la personalità della donna. Quella grinta mostrata tante volte in bici, Morena Tartagni l’ha, infatti, messa in campo anche nella vita privata, una volta scesa dalla bicicletta. Finché non ha trovato ciò che cercava.
MT: Agli inizi degli anni Ottanta ho chiuso la mia carriera agonistica. C’era da portare a termine la giusta battaglia per aprire alle donne in sede olimpica (cosa che avvenne in occasione di Los Angeles 1984) e, anche per questo, mi presentai e fui eletta nel consiglio nazionale della Federciclismo, collezionando l’ennesima prima volta della mia vita legata al ciclismo. Ero, però, stufa di quel mondo bello, colorato, ma a lungo andare un po’ limitato.
Solo molti anni più tardi ho maturato l’idea che avrei potuto fare (bene) anche l’allenatrice, ma ero davvero troppo stanca e dovrei chiedere scusa ad Adalberta Marcuccetti, che per un periodo mi telefonava regolarmente, chiedendomi di diventare la sua direttrice sportiva.
Quello che seguì fu un periodo molto difficile, anche per una serie di eventi tristi che colpirono la mia famiglia e che ho raccontato nel libro di Alzati. Poi, nel 1995, c’è stato l’incontro più importante della mia vita.
Quando pensavo di non avere più sentimenti, quando credevo di non aver più la possibilità di essere amata come avrei voluto, ho incontrato Paola ed è stata la mia, anzi la nostra grande fortuna. Eravamo sole tutte e due, abbiamo unito le nostre forze, abbiamo basato il nostro sentimento sulla stima, sulla fiducia, sull’affetto, dolcezza, sensibilità. Cose che, se ti capitano all’improvviso quando sei già grande, apprezzi tanto di più, perché pensi di averle perse per sempre.
C’è, però, di più. Con lei ho scoperto la libertà di essere me stessa, con lei ho imparato a non dover rendere conto a nessuno, a non far pesare a quello che la società o gli altri pensavano di me. Sono stati i 25 anni più importanti della nostra vita.
5cds: E la maternità? Ancora oggi è raccontata come ideale completamento di una donna, indipendentemente dai successi raggiunti come atleta (vedi le richieste dei genitori a Brignone o Fontana comparsi sui media nel corso di Milano Cortina 2026).
MT: Beh, io l’ho vissuta in modo indiretto perché, quando la conobbi, Paola era divorziata e aveva due figlie. Siamo diventate una famiglia e ancora oggi, che sono passati un po’ di anni che Paola non c’è più, continuo a sentirmi e a vedermi con le sue figlie.
5cds: Dopo la prematura morte di Paola, l’altro crocevia è stato il libro Volevo fare la corridora, scritto insieme con Alzati e, in qualche modo, richiesto dalla tua compagna.
MT: Raccontare di Paola e della propria vita, non solo quella sportiva, in un libro ha permesso di riscoprirmi come persona. Ero un po’ nel dimenticatoio, come un soprammobile, avvolto nel cellophane e lasciato nel ripostiglio. Oggi, invece, mi invitano a partecipare a vari eventi, mi chiamano anche a parlare nelle scuole e la cosa mi fa molto piacere, perché è bello spiegare alle nuove generazioni e alle altre persone quanto ho dovuto lottare per ottenere quel che volevo.
Se, però, da un lato, considero importanti i risultati da me raggiunti nel corso della mia carriera da corridora, allo stesso tempo penso che sia molto più importante conoscermi di persona, per quello che riesco a trasmettere, per la donna che sono diventata. Sono orgogliosa di tutto questo e mi sento più attrezzata oggi, come donna, di quanto lo fossi ieri, come atleta.
5cds: Wow! La storia di Morena Tartagni conferma che lottare in ambito sportivo per migliorare la propria condizione di atleta, ti spinge poi a vivere, con maggiore consapevolezza, quanto accade anche al di fuori.
Questa lunga intervista volge ormai al termine. Si è fatta quasi primavera, è tempo di Sanremo e del Trofeo Binda, ovvero della classica italiana maschile per eccellenza (che da due stagioni, finalmente, si corre anche al femminile) e della classica italiana femminile per eccellenza (che, invece, non ha mai avuto una controparte maschile). Morena, vorrei che le ultime tue considerazioni le dedicassi a queste due corse iconiche.
MT: La Sanremo non l’ho mai potuta correre, ma mi sono tolte la soddisfazione personale di fare in bici la Cipressa e il Poggio. Al Trofeo Binda, invece, tengo molto. L’ho vinta nel 1976, quando era ancora una corsa nazionale e il suo organizzatore, Mario Minervino, mi ricorda sempre. Sono convinta che anche in futuro continuerà a essere disputata e ad avere la stessa importanza.
Nell’immagine in evidenza: Morena Tartagni con la sua compagna
Puntate precedenti: Morena Tartagni, la predestinata fortunata, Morena Tartagni, medaglie e pregiudizi


