Fino a un certo punto.
Dopo almeno quattro giorni di eloquente silenzio, il CIO ha finalmente rilasciato, in data 3 marzo 2026, una dichiarazione in merito alla situazione in Medio Oriente e agli attacchi di Stati Uniti e Israele all’Iran, condotti mentre, ufficialmente, era ancora in piedi il tavolo delle trattive a Ginevra, con la mediazione dell’Oman. E, come largamente preventivabile, se non addirittura atteso, vista la reazione-non reazione di tanti governi europei, l’attacco ha sancito il principio secondo cui la cosiddetta tregua olimpica vale, ma fino a un certo punto. Proprio come valeva, ma fino a un certo punto, il diritto internazionale nell’interpretazione del nostro Ministro degli Esteri Tajani, quando a inizi ottobre 2025 navi della marina israeliana bloccarono la Sumud Flotilla (e i tanti italiani e le tante italiane a bordo) in acque internazionali. L’analogia è facile da cogliere: anche in questo caso, a godere di questa nuova eccezione alle regole sono gli israeliani, stavolta in compagnia dei loro alleati statunitensi. Serve, però, un po’ di contesto e di ordine.

Tregua olimpica.
Si parla per la prima volta di “Olympic Truce” e della necessità di rispettarla nella risoluzione ONU 48/11 del 25 ottobre 1993. In quell’autunno ormai lontano la guerra in Bosnia-Erzegovina era in pieno svolgimento, cadevano bombe e si moriva giornalmente a Sarajevo, lì dove neanche dieci anni prima si era svolta un’Olimpiade invernale. Le Nazioni unite ritenevano l’allora Repubblica federale di Jugoslavia unica responsabile e, per questo, serbi e montenegrini avevano potuto gareggiare a Barcellona 1992 solo a titolo individuale e sotto bandiera olimpica.

Nel febbraio del 1994 Lillehammer avrebbe ospitato un’altra edizione dei Giochi e allora il CIO a guida Samaranch lanciò un appello per una sorta di tregua, rifacendosi all’idea (o al mito?) dell’ekecheiria che, nell’antichità, agevolava il libero movimento degli atleti da e verso Olimpia, anche attraverso territori in cui vi erano guerre in corso.
L’appello venne sottoscritto da 184 comitati olimpici nazionali e presentato al Segretario generale delle Nazioni unite Boutros Ghali. Al tempo l’organismo internazionale aveva una centralità ben maggiore rispetto a quella odierna, tanto che sotto la sua egida era stata condotta la “tempesta nel deserto” in Iraq del febbraio 1991. In Bosnia-Erzegovina era stata, invece, inviata una missione con soli compiti di protezione della popolazione civile: una missione umanitaria, come si soleva definirle.

Ad ogni modo, l’ONU, riconoscendo di avere in comune con il CIO obiettivi tipo “to build a peaceful and better world by educating the youth of the world through sport, practised without discrimination of any kind”, prese in carico il suddetto appello e invitò tutti i Paesi membri a non dar luogo a conflitti e a sospendere quelli in corso a partire dal settimo giorno prima dell’inizio e fino al settimo giorno dopo la conclusione di Lillehammer 1994. Del resto, gli attori nelle varie guerre sono i governi dei singoli Stati, che sono membri delle Nazioni unite e non del CIO, al quale fanno riferimento i comitati olimpici nazionali.
Al di là degli effettivi risultati ottenuti, evidentemente piacque la mossa un po’ scaricacoscienze, un po’ acchiappalike ante litteram, tanto che l’adottare una risoluzione ad hoc su richiesta del Comitato Olimpico divenne per le Nazioni unite quasi un rito, da celebrarsi a cadenza biennale, all’approssimarsi di una Olimpiade, estiva o invernale che fosse. Poi, a partire dalla risoluzione 60/8 del novembre 2005, si iniziò a richiedere l’estensione della tregua anche alle Paralimpiadi che ora seguivano i Giochi a stretto giro di posta.

Puntualmente, la risoluzione specifica per Milano Cortina 2026 è stata adottata a New York il 19 novembre 2025 e ha indicato come periodo di tregua quello compreso tra il settimo giorno precedente l’apertura ufficiale dell’Olimpiade (29 gennaio 2026) e il settimo giorno successivo alla chiusura della Paralimpiade (22 marzo 2026).
Il 5 dicembre 2025, al Quirinale, in occasione dello sbarco della fiaccola olimpica dalla Grecia, il presidente della Repubblica italiana Mattarella ha rilanciato, auspicando che “i due mesi che ci separano dall’avvio dei Giochi possano distendere ulteriormente le tensioni”. Ulteriormente rispetto alla pace di facciata propagandata a Gaza tramite il Board of Peace, cioè l’ONU verisone Trump?
Boh! Comunque, il tutto è andato in scena tra una felice Kirsty Coventry, una plaudente Giorgia Meloni e un soddisfatto Giovanni Malagò che ha aggiunto: “A New York nel formulare la risoluzione per la tregua tutti i paesi presenti hanno votato a favore della tregua [sic], Russia compresa”. E se c’è stato pure l’ok della Russia che, come vedremo, di violazioni ne sa a pacchi…
Il siparietto si è ripetuto in occasione dell’apertura della sessione del CIO tenuta alla Scala di Milano poco prima dell’inizio dei Giochi invernali. Anche in questo caso protagonista Mattarella, che ci ha riprovato, chiedendo che la “tregua olimpica venga ovunque rispettata” e che “la forza disarmata dello sport faccia tacere le armi”.

Ora, va sottolineato che, sin da quel lontano 1994, non è che i governi abbiano mai dato prova di voler davvero rispettare questi inviti a far tacere le armi nei periodi in cui i rappresentanti dei vari Stati si sfidano nell’agone sportivo. Ma perché stavolta abbiamo raggiunto un punto di non ritorno tanto da sperare che la prossima volta, in occasione di Los Angeles 2028, ONU, CIO e istituzioni varie non reiterino più questa storia della Olympic truce che, da rito, è diventata una pagliacciata?

Il vulnus originale del CIO.
Febbraio è il periodo migliore per iniziare operazioni militari in territorio ucraino. La Russia di Putin lo aveva già fatto capire nel 2014, quando, ancor prima che terminassero le Olimpiadi invernali da lei stessa ospitate, aveva dato il via all’attacco che avrebbe portato all’annessione della Crimea. Sergej Bubka, presidente del Comitato olimpico ucraino, aveva chiesto la possibilità che i suoi atleti e le sue atlete indossassero delle fascette nere al braccio, in segno di lutto1. Il CIO aveva risposto di no, anche perché non aveva la benché minima intenzione di mettersi contro l’amico russo, a cui il governo dello sport mondiale e le singole federazioni internazionali stavano guardando con interesse da una decina d’anni: i tanti soldi degli “oligarchi” stile Abramovič facevano gola e tanto comodo. Non si spiegano altrimenti le assegnazioni alla Russia dei Mondiali di atletica del 2013, di nuoto del 2015, di calcio del 2018 e, ciliegina sulla torta, dell’Olimpiade invernale del 2014, con sede Soči, sul Mar Nero, città poco invernale nota all’estero perché Putin vi andava in villeggiatura. Nonché la costruzione, proprio a Soči, di un circuito di Formula 1.
Nessuno tirò fuori la storia della tregua olimpica, regolarmente proposta dall’ONU nel novembre 2013 e magari firmata da tutti. Da parte sua, la delegazione ucraina non si ritirò dalla Paralimpiade immediatamente successiva, nonostante i combattimenti fossero ancora in corso: gli atleti e le atlete preferirono gareggiare e lanciare messaggi attraverso gesti più o meno plateali, tipo la non partecipazione alla cerimonia inaugurale o il coprire le medaglie vinte con le mani nel corso delle premiazioni.2

Otto anni dopo, sempre a febbraio, con un’altra Olimpiade invernale appena conclusa e una Paralimpiade ai nastri di partenza (Pechino 2022), Putin ha iniziato una nuova fase di guerra all’Ucraina, che dopo quattro anni è ancora in corso, anche perché gli obiettivi geopolitici del Cremlino non sono mai stati davvero chiari.
Solo che, almeno a partire dal dicembre 2015, l’atmosfera intorno alla Russia sportiva era cambiata: la WADA, l’agenzia mondiale antidoping, aveva condotto un’inchiesta che aveva portato a squalifiche, classifiche riscritte e impossibilità di partecipazione ad alcuni eventi per russi e russe, se non sotto la bandiera del Comitato olimpico russo o, addirittura, come atleti indipendenti neutrali. Questo perché, dietro i tanti successi del recente passato ottenuti, ad esempio, a Soči 2014 e al Mondiale di atletica di Mosca del 2013, c’era un sistema di dopaggio che agiva con la compiacenza e la copertura delle istituzioni sportive e statali.
Ergo, il CIO nel 2022 non aveva lo stesso interesse mostrato otto anni prima a difendere a spada tratta la Russia. Nondimeno, aveva poco interesse a escludere dal consesso sportivo mondiale i russi e i loro alleati bielorussi (rei di dare appoggio logistico all’esercito putiniano), visto il loro peso in alcune federazioni internazionali.
Il problema era che, sin da subito, tante nazioni europee -Polonia, Paesi scandinavi e baltici in testa- stavano mettendo all’angolo il governo dello sport mondiale, minacciando di non presenziare a eventi in cui erano presenti russi e bielorussi. Vedi le partite di qualificazione per il Mondiale maschile di calcio, in programma in Qatar a fine 2022, e i Giochi paralimpici di Pechino, ormai alle porte.

Come fare allora a tenere, almeno ufficialmente, un piede in due scarpe? A quel punto, a qualcuno deve essere venuta in mente l’idea geniale di tirare in ballo la tregua olimpica!
Il vulnus originale da parte del CIO e non è stato, quindi, quello di imporre nel 2022 l’esclusione di Russia e Bielorussia dalle Paralimpiadi e dal mondo sportivo, anche un po’ contro la sua volontà (e lo dimostrano i tentativi, più o meno espliciti fatti a partire dall’autunno 2024, di “recuperare” soprattutto i russi, nonostante la guerra in Ucraina sia, di fatto, al punto di partenza). Il vulnus è stato quello di utilizzare la scusa della violazione della Olympic Truce per farli fuori. Perché, per fortuna di Losanna, l’attacco all’Ucraina era avvenuto tra la fine dei Giochi invernali di Pechino e l’inizio dei relativi Giochi paralimpici e, quindi, all’interno del periodo in cui la risoluzione ONU firmata nel dicembre 2021 chiedeva che si rispettasse la tregua.

La tregua non è uguale per tutti.
Già prima dell’Olimpiade estiva di Parigi 2024, qualcuno aveva fatto timidamente osservare che, mentre la Russia e la Bielorussia erano state praticamente fatte fuori dal consesso sportivo internazionale per l’aggressione all’Ucraina, gli atleti e le atlete israeliane potevano gareggiare in Francia con i loro vessilli, nonostante la popolazione della striscia di Gaza fosse sottoposta a continui attacchi, bombardamenti, privazioni. Il tutto avveniva in risposta all’azione fatta da Hamas il 7 ottobre 2023 e forse per questo Thomas Bach, allora presidente del CIO, parlava di situazione differente. Il fatto che tanti atleti e tante atlete palestinesi fossero rimasti uccisi negli ultimi mesi o che tanti altri e tante altre non potessero allenarsi liberamente evidentemente non contava. E ovviamente, quando poi il periodo della tregua olimpica è arrivato, il governo Netanyahu non si è preoccupato di firmare un cessate il fuoco, neanche temporaneo.
Né tantomeno il CIO si è preoccupato di scegliere una via di mezzo e, sul modello della richiesta di neutralità elaborata per far partecipare individualmente russi e bielorussi, almeno escludere dalle gare olimpiche atleti israeliani provenienti da corpi militari che avevano operato direttamente a Gaza o che supportavano gli insediamenti irregolari di coloni in Cisgiordania. Pratica quest’ultima che, Hamas o non Hamas, è stata incrementata dopo il 7 ottobre ed, è bene ricordarlo, avviene per volere di uno Stato -Israele-, il cui Comitato olimpico è riconosciuto dal CIO, ai danni di un territorio che ha -almeno sulla carta- un’autonomia amministrativa, non è guidato da rappresentanti del partito islamista e ha un suo Comitato olimpico riconosciuto dal CIO, quello palestinese3.
E, così, gente come il pilota di bob Adam Edelman ha potuto vivere il suo “sogno olimpico” a Milano Cortina 2026.

Ma in fondo tutto questo è nulla, sembra più roba da cavillo regolamentare non applicato, da soluzione ad hoc che va bene per un caso, ma non viene generalizzata. L’attacco congiunto Stati Uniti-Israele, sferrato all’Iran a partire dal 28 febbraio 2026, ha, invece, messo a nudo tutta l’ipocrisia e tutta l’inutilità delle parole versate sul tema sport-pace-tregua dal CIO in questi ultimi trenta anni.
L’operazione messa in atto per volere di Trump e Netanyahu è, infatti, in tutto e per tutto paragonabile a quella russa di quattro anni prima. Per tempistica, tra la fine dell’Olimpiade e l’inizio della Paralimpiade. Per arbitrarietà, visto che è iniziata mentre delle trattative erano ancora in corso, trattative evidentemente di facciata. Per violazione delle regole del diritto internazionale, perché l’ONU non è stata neanche presa in considerazione. In più, cosa che dovrebbe importare al CIO, limita le possibilità che gli iraniani e le iraniane possano partecipare a manifestazioni sportive nei prossimi mesi. Il baillame delle notizie sul possibile ritiro della squadra di calcio del Paese islamico dal Mondiale in programma negli Stati Uniti ne è un esempio. E tutto questo al di là del fatto che il regime iraniano è tra i peggiori e più repressivi al mondo: è, infatti, chiaro che l’obiettivo dell’operazione USA-Israele non sia il regime change (non c’è nessun candidato sostituto degli ayatollah che loro possono sponsorizzare); è altrettanto chiaro che la limitazione delle libertà individuali non sia un criterio adottato dal CIO per escludere nazioni e loro comitati olimpici da manifestazioni internazionali. Altrimenti, anche gli alleati buoni Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e gli stessi USA trumpiani starebbero un pezzo avanti.

Ad ogni modo, di fronte all’evidente violazione della tregua olimpica, il CIO ha scelto di aspettare un po’, in silenzio; poi, trovatosi con le spalle al muro e con la necessità di dire qualcosa, ha definitavamente calato le braghe. Svelando nel documento prodotto il 3 marzo quello che si sapeva già: la tregua non è vincolante (“The Olympic Truce Resolution is an aspirational and non-binding resolution”), è adottata dai singoli Stati autonomamente e non c’è speranza di poter forzare qualcuno a rispettarla (“The IOC has no means of enforcing the implementation of the resolution”). E non venite a chiederci di applicare sanzioni agli americani, visto che neanche l’ONU ha questo potere! Con i russi è stato diverso, la tregua non è uguale per tutti.
Vabbé, questo il documento non lo dice, ma conclude con un bel “supportate gli atleti e le atlete di Stati in conflitto durante la prossima Paralimpiade”, o roba simile.
E già perché, volenti o nolenti, i Giochi paralimpici di Milano Cortina 2026 s’hanno da fare e la leggendaria e potente Olympic Truce non è diventata altro che una richiesta affinché gli atleti e le atlete possano spostarsi in modo sicuro per raggiungere i luoghi di gara.

Unico fattore a parziale discolpa del CIO, le reazioni degli altri: solo la Spagna di Sanchez ha usato parole dure nei confronti della decisione di Israele e Stati Uniti di dar vita a un’operazione militare senza uno scopo preciso e senza una scusa plausibile (quella del nucleare gli americani se la sono giocata già nel 2003 con l’Iraq). Tutto il resto dell’Occidente si è limitato a vituperare le reazioni iraniane contro le nazioni limitrofe e ad attestarsi su posizioni tipo “non condivido, né condanno”, quindi, non partecipo ma il supporto logistico non lo negherò.
Ergo, in assenza di pressioni tipo quelle fatte da Polonia, nazioni baltiche e scandinave nel 2022 contro la Russia, non era lecito pensare che il CIO sarebbe stato il primo a muovere un dito, ma neanche il secondo o il terzo… 

Una Paralimpiade trattata nel peggiore dei modi.
L’IPC, il Comitato Paralimpico, ci aveva già messo del suo, approvando a maggioranza, a settembre 2025, una direttiva che imponeva di trattare Russia e Bielorussia “come qualsiasi altro Paese” alla Paralimpiade di Milano Cortina 2026. Ovvero, le bandiere dei due Stati potevano tornare a sventolare nel corso della cerimonia inaugurale e sul podio e, in caso di vittoria, anche i loro inni sarebbero stati eseguiti.
La decisione aveva creato del malumore e, quando il 18 febbraio 2026, con i Giochi olimpici in dirittura d’arrivo e quelli paralimpici alle porte, Andrew Parsons, presidente dell’IPC, ha confermato che si sarebbe proseguito nella direzione intrapresa, il Comitato paralimpico ucraino ha immediatamente fatto sapere che non avrebbe partecipato alla cerimonia inaugurale e i comitati nazionali di alcuni Paesi europei hanno iniziato a ragionare se unirsi alla protesta degli ucraini oppure no.
Un bel pasticcio, che scoppiava a distanza di pochi giorni dalla bocciatura da parte del CIO del casco commemorativo dello skeletonista ucraino Heraskevych e si inseriva dentro una polemica più generica nei confronti dell’IPC, che, per far sì che Russia e Bielorussia fossero presenti alla Paralimpiade 2026, aveva concesso wild card a sei atleti russi e a quattro bielorussi, che, non potendo gareggiare, non si erano potuti qualificare tramite i canali predisposti dalle singole federazioni.

L’attacco di Trump e Netanyahu all’Iran è, dunque, arrivato mentre il Comitato Paralimpico era alle prese con le conseguenze della decisione di trattare Russia e Bielorussia “allo stesso modo”. L’inizio di un nuovo conflitto in piena tregua olimpica ha così oscurato i tentativi del governo paralimpico di venire a capo di una situazione in cui si era cacciato, cercando di normalizzare l’altro conflitto, scoppiato quattro anni prima nel corso della tregua olimpica e non ancora concluso.

In quanto prima grande manifestazione sportiva internazionale tenuta dopo l’esclusione di Russia e Bielorussia, la Paralimpiade di Pechino 2022 aveva anche goduto della narrazione del mondo sportivo che rifiuta le nazioni che danno luogo a conflitti, e aveva generato interesse. Ricordo, ad esempio, telecronache Rai in cui gli atleti e le atlete ucraine erano incitati e festeggiati come se fossero dei “nostri”.
In quanto prima grande manifestazione sportiva internazionale tenuta dopo che il CIO ha ammesso che le regole non valgono per tutti gli Stati e i Comitati olimpici/paralimpici allo stesso modo, la Paralimpiade 2026 è stata ignorata, quasi del tutto. È passata in secondo piano la scelta dell’IPC di utilizzare dei volontari e delle volontarie per portare le bandiere e di non far sfilare gli atleti nella cerimonia inaugurale, con la motivazione che la distanza dei luoghi di gara dall’Arena di Verona era tanta (e poi sono disabili e non possono affrontare lunghe trasferte!). Anche se il forte dubbio è che si volesse evitare che la mondovisione evidenziasse delle presenze ingombranti e delle assenze pesanti, visto che Ucraina, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Polonia, Canada, Croazia, Paesi Bassi, Germania e Repubblica Ceca avevano deciso di non partecipare alla festa forzata.
Qualche spazio in più l’ha avuto la notizia del primo inno russo suonato dopo dodici anni, dopo il successo nel Super-G standing femminile di Varvara Vorončikhina, ma giusto perché era un evento che si immaginava sarebbe accaduto.

Ad ogni modo, già dai discorsi fattiì nel corso della cerimonia inaugurale, si capiva che la Paralimpiade avrebbe fatto finta che in Medio Oriente non stava accadendo niente ed è forse questo il vero motivo per cui, al di fuori della notizia ogni tanto su quell’oro o quell’argento vinto da un italiano o da un’italiana, dei Giochi paralimpici di Milano Cortina 2026 non se ne è parlato.
Questo deve suonare come un monito per CIO, IPC, ma anche per tutte le istituzioni sportive internazionali: non si può pensare di svuotare di significati politici un evento che, coinvolgendo nello stesso tempo e nello stesso luogo, rappresentanti di tante nazioni è di per sé politico. Se si prova ad andare avanti, cercando di minimizzare le conseguenze di quanto accade nello scacchiere geopolitico o, peggio, sposando in tutto e per tutto la visione di una delle parti in causa, si contraddice in pieno quella narrazione dello sport come vettore di pace, inclusione e chissà quante altre cose belle che si è sentito risuonare nei discorsi dei Malgò e dei Parsons all’Arena di Verona. Si trasmette, invece, all’esterno l’idea dello show-business che deve andare avanti comunque e non è detto che poi si riesca a ottenere quanto messo in conto, in termini di ricavi e visibilità (che, poi, sono i parametri che in questo mondo sportivo a forte connotazione capitalistica vengono sempre citati come dirimenti).
Ogni riferimento a Gianni Infantino, alla sua FIFA e al prossimo Mondiale maschile di calcio è puramente voluto.