Figure non di ghiaccio – Pattinaggio di figura a Milano Cortina 2026 – 1° parte.

Se c’era un posto dove avrei voluto essere, in occasione dei Giochi invernali, beh, questo posto era la Milano Ice Skating Arena, quando sul ghiaccio si esibivano i pattinatori e le pattinatrici di figura. Le cinque gare del programma hanno regalato finali emozionanti, polemiche e dubbi, medaglie a sorpresa, cadute e catarsi, ma soprattutto hanno prodotto in dosi massicce quello di cui si ciba la nostra era social: storie.

Malinin, o dell’emotività.
Il fondista norvegese Johannes Høsflot Klæbo ha vinto sei ori in sei gare, è diventato l’atleta con più ori in una singola Olimpiade invernale, eppure in fatto di notorietà, acquisita all’infuori della cerchia degli appassionati, non può certo rivaleggiare con il 21enne Ilia Malinin, come certifica anche un’analisi condotta a bracieri ormai spenti.
The “Quad God”, il re dei salti quadrupli. Lo statunitense di origine uzbeca1 si presenta sul ghiaccio, a Milano, annunciato da questo nickname che ben si addice alla sicumera mostrata.
Se una pistola compare nella prima parte di un libro, quella pistola sparerà prima della fine del libro stesso. In cinema e in letteratura chiamano questo principio “Pistola di Čechov”. Se si dice che un atleta non sbaglia mai un salto all’inizio di un articolo, quell’atleta ben presto cadrà. Potrei chiamarlo il “quadruplo di Malinin”, ma sarebbe sportivamente ingiusto e per questo, per parlare della sua Olimpiade, non parto dallo sconsiderato esercizio libero nel singolo -lì ci arriverò a tempo debito-, ma dal libero, o long program che dir si voglia, offerto nella gara a squadre.

Questa è una competizione che avevo sempre snobbato, perché non mi piacciono tanto le specialità miste in cui il risultato finale è dato dalla somma di singoli comparti di gara, separati tra loro, e non da una vera interazione tra i diversi componenti della squadra. Però, Ambesi2 aveva assicurato che, stante l’esclusione della Russia, l’Italia poteva ambire a un bronzo proprio nella gara a squadre e allora… che fai? non controlli se si comincia con il pattino giusto?
Quel bronzo è, in effetti, arrivato, con meno patemi del previsto e, così, la mia attenzione si è potuta concentrare anche sulla lotta per l’oro, visto che i grandi favoriti, gli Stati Uniti, per scelte un po’ azzardate (vedi Glenn schierata al posto di Liu nel programma libero femminile) e prestazioni non eccezionali (vedi short program proprio di Malinin), erano solo a pari merito con il Giappone, alla vigilia dell’ultima prova che avrebbe deciso tutto: Malinin contro Sato Shun.
Scende in pista per primo l’americano. Il “dio dei quadrupli” non sbaglia, fa persino il backflip, il salto mortale all’indietro con atterraggio su un piede, che tutti gli dicono “wow! è l’unico che la fa!”, ignorando che solo nel 2024 l’ISU, la federazione internazionale, ha rimosso il bando che ne impediva l’esecuzione in gara e che, comunque, Surya Bonali lo aveva proposto all’Olimpiade nel 1998, nonostante il divieto. Ma lei era donna, per di più di colore e, quindi, non vale.
Comunque, da una performance atletica di alto livello e senza sbavature, Malinin ottiene dai giudici più di 200 punti. Poi scende in pista Sato Shun e mostra cosa sia (o cosa potrebbe essere davvero) il pattinaggio su ghiaccio: i salti ci sono, seppur con qualche quadruplo in meno, gli errori no; forse solo un’incertezza, ma c’è soprattutto interpretazione, coinvolgimento, arte. Eppure, anche nelle components a Shun danno meno3. Il distacco di sei punti significa solo che quell’oro U-S-A era blindato, a meno di gravi capitomboli altrui. Ma Malinin errori non ne fa. Già, non ne fa. È alto, biondo, sfrontato, è bionico. E, se lo si premia anche oltre i suoi meriti artistici, è ingiocabile. L’hype monta su di lui. Vedrete, in finale nel singolo farà anche il quadruplo Axel!

Ilia, però, non è bionico. Suo padre allenatore e il mondo intero se ne accorgono il giorno del programma libero del singolo. Malinin, stavolta, nello short program ha fatto meglio di tutti; per di più, i suoi più pericolosi avversari, Shun e Kagiyama, hanno commesso errori. Gli basterebbe pattinare all’80% per battere il bravo kazako Shaidorov, che è già sconvolto dall’essere arrivato all’argento. Quello che, però, avviene sul ghiaccio ha pochi eguali nello sport intero: è Zingerle che sbaglia quattro volte all’ultimo poligono ad Albertville 1992 e, invece di vincere l’oro, finisce 17°; è la Jugoslavia di basket che si fa rimontare nove punti in meno di un minuto dall’URSS al Mondiale del 1986; è Alberto Tomba che nel gigante di Saalbach naufraga dopo poche porte e consegna l’oro iridato a Rudi Nierlich.
A fine gara Malinin è solo ottavo. Suo padre all’angolo non sa che fare, tanta è la disperazione. Il gelo cade sul palazzetto e su tutto l’entourage del pattinatore nei giorni a seguire. Per fortuna, l’ultimo sabato olimpico c’è il Gran Gala. Lo statunitense torna in pista e rimanda l’appuntamento a Praga, al Mondiale, di fine marzo. Che tipo di black out è stato avrà tempo di capirlo e io sono il primo a credere che fra quattro anni, in Francia, le cose andranno in modo diverso.

Il tutto, però, merita una considerazione/confronto di genere. Come Malinin, sono stati tanti, troppi i pattinatori che hanno sentito la tensione e nel singolo hanno offerto un libero non all’altezza. Eppure, quando si parla di emotività si tira in ballo il femminile. Poi, guardi la connazionale di Malinin, Alysa Liu, 20 anni e già alle spalle un ritiro, perché sentiva troppo la pressione dell’ambiente intorno a sé, e un ritorno sul ghiaccio alle sue condizioni, con una mentalità ben diversa e la gioia di pattinare che traspare da ogni suo movimento (e dalla curiosa acconciatura a strisce orizzontali bionde e nere, ormai un suo marchio).
O ancora, la giapponese Sakamoto, che nel singolo è scesa sul ghiaccio contratta e tesa, non ha eseguito un triplo del suo complesso programma e per questo è stata sopravanzata da Liu. Ma non è caduta rovinosamente, come hanno fatto, ad esempio, i suoi connazionali medagliati Shun e Kagiyama4.
C’è di mezzo anche il fatto che ai pattinatori, in quanto uomini, si chiedono evoluzioni più complesse e non cose meno difficili, ma fatte bene? Non lo so, dovrei essere quell’esperto di pattinaggio culturale che decisamente non sono. 

Seconda parte: Cizeron, o del privilegio