Il direttore tecnico della Nazionale fa fuori una che ci gioca stabilmente dal 2017 e, per l’Olimpiade “a casa nostra”, convoca al suo posto sua figlia 19enne. Messa così, la notizia è perfetta per il clickbait perché è ben radicata in Italia l’idea che la raccomandazione sia il miglior modo per far carriera, e perché si parla di sport, ambito in cui la prestazione e, quindi, il merito sono ritenuti più facilmente misurabili. Di quale disciplina si tratti è irrilevante, perché sui social tutti sono esperti di tutto, e allo stesso tempo molto importante, perché si parla di curling e di gente in giro che ne sa davvero qualcosa a riguardo ce n’è davvero poca.

Curling non è calcio.
Il curling non è il calcio, perché in Italia nessuno sport di squadra è come il calcio, a parte il calcio stesso. Il curling, però, non è neanche la pallavolo, il basket o il rugby. Anzi, prima dei Giochi invernali di Torino 2006, lo conoscevano in pochi, Cortina d’Ampezzo a parte, dove era stato introdotto nel 1955 «negli alberghi più prestigiosi di Cortina come intrattenimento per gli ospiti che frequentavano la valle»1: ne sapeva qualcosa chi ne aveva intercettato un match su Eurosport o chi, studiando fisica, si era appassionato alle virtù della forza di attrito.
A questa ristretta platea, nel 2006, si aggiunsero i “tifosi” della squadra femminile svedese, perché la Rai dopo mezzanotte mandava le repliche dei match olimpici e, così, iniziarono a fioccare articoli su sensuali visioni notturne di bellezze scandinave che spazzavano il ghiaccio con buffe scopette per farci scivolare grosse teiere di pietra.

“Metti che incontri una ragazza e dici suono bene il clarinetto… metti che lei capisce tutta un’altra cosa e ti fa l’occhietto” cantava Arbore a Sanremo nel 1985. Ecco, del curling la cultura pop aveva capito “tutta un’altra cosa” e aveva fatto l’occhietto, anche in relazione alla complessità del gioco, come si capisce dal film del 2014 di Claudio Amendola La mossa del pinguino.
Così, al netto di un aumento di praticanti e di gente che si fermava a guardarlo su Eurosport (sull’aumento degli appassionati di forza d’attrito non ci giurerei), il gioco che in Scozia e Canada è sport nazionale in Italia ritornava pian piano ai margini della narrazione mediatica. Poi, a Pechino 2022, Stefania Constantini e Amos Mosaner sono diventati campioni olimpici nel doppio misto e, allora, con un’Olimpiade da organizzare proprio a Cortina ecco sbocciare le opportunità… Perché il curling non è il calcio, ma questo non significa che è un ambito in cui il potere non si può esercitare.

Scelte tecniche, scelte da uomini.
Come è normale che sia, nello sport professionistico i risultati non arrivano dal nulla. Dietro il successo in terra cinese c’era la crescita delle due Nazionali italiane, maschile e femminile, che avevano anche raggiunto il podio europeo in varie occasioni2.
Ora, nel curling, più che di convocazioni di singoli, si dovrebbe parlare di team, che vengono traslocati in blocco in Nazionale quando ci sono le grandi manifestazioni internazionali, magari perché hanno vinto un torneo di qualificazione. È così, ad esempio, in Canada, in Svezia, in Scozia, in Svizzera. Se il numero di squadre di alto livello non è elevato, la federazione di competenza ha il potere di costituire una super-squadra per ambire a traguardi più alti. È quello che è successo con la Svizzera femminile: il team Tirinzoni e il team Paetz si unirono all’indomani dell’Olimpiade del 2018, formando una squadra in grado di vincere due Europei e quattro Mondiali nei sei anni a seguire (e di ambire al podio olimpico del 2026).
Chiaramente, i cambi è opportuno farli a inizio ciclo, non a ridosso del grande appuntamento, e soprattutto non è consigliabile rompere, dall’alto, l’equilibrio di una squadra che va bene. Altrimenti è puro esercizio di potere.

Immagino si sia capito dove voglio arrivare. Il direttore tecnico nepotista che ha gettato la Nazionale femminile sulle home dei siti sportivi a pochi giorni dall’inizio di Milano Cortina 2026 ha un nome e cognome, Marco Mariani, e una data in cui è stato nominato, giugno 2024.
In quel momento, la pugliese Angela Romei, l’atleta fatta fuori da Mariani a vantaggio della figlia, giocava da numero tre nel team Constantini, ovvero nella Nazionale femminile, che, sotto la guida tecnica di Violetta Caldart, era arrivata a un tiro dal titolo Europeo nel 2023 (vinto proprio dalla Svizzera di cui sopra, grazie a una magia di Paetz) ed era stata quarta al Mondiale del 2024, dietro Canada, Svizzera e Corea del Sud. Risultati mai raggiunti dal movimento femminile che, a metà del quadriennio olimpico, guardava con fiducia al torneo da giocare sul ghiaccio di casa, a Cortina.

Ebbene, come prima mossa, Mariani ha destituito Caldart e ci ha messo al suo posto lo svedese Sören Grahn: ottimo curriculum per carità, ma un feeling da creare con la squadra. E tra time out in inglese e spostamenti tecnici, è finita che la Nazionale femminile ha inanellato una serie di risultati molto al di sotto dei precedenti, in un panorama in cui il livello medio in Europa non stava crescendo, come ha notato il telecronista di Eurosport Dario Puppo durante l’ultimo Europeo.  
In particolare, Romei era stata cambiata di ruolo e poi addirittura messa come riserva. 
Lo scombussolamento dei ruoli nel team portato dal neo allenatore, messo là da Mariani, ha certamente contribuito al peggioramento dei risultati del team Constantini, cosa che dato un appiglio al direttore tecnico Mariani per lasciare a casa Romei e mettere al suo posto, sempre come riserva della quattro titolari, sua figlia Rebecca Mariani. Che nonostante la giovane età, ha già buoni risultati all’attivo come skip del proprio team, ma -appunto- può essere solo una scelta personalistica quella di cataputaltarla dietro un quintetto di gente che gioca insieme da un po’, anzi di metterla lì al posto di una di loro a poche settimane dall’inizio dell’Olimpiade!

Le giustificazioni anche tecniche fornite da Mariani padre non hanno quietato le polemiche e persino la madre di Constantini è “scesa in campo” firmando una petizione sulla meritocrazia nel curling italico. La Stampa ha intervistato una imbufalita Violetta Caldart e rabbia la provo anche io per che guardo il curling su Eurosport: possibile che nessuno dell’ambiente federale aveva capito quello che era sotto gli occhi di tutti? possibile che il calo del team Constantini non fregava a nessuno?
Ma dopo la rabbia, arriva la rassegnazione. In fondo, è accaduto che un uomo, appena salito su di uno scranno, ha sollevato da un incarico una donna e messo al suo posto un altro uomo che poi gli ha convocato la figlia. Però, nel nostro Paese il patriarcato non esiste!

Nell’immagine in evidenza: Caldart, Constantini, Mathis, Romei, Lo Deserto e Zardini-Lacedelli festeggiano l’argento all’Europeo 2023