“The worst thing we can do to women’s football is to copy and paste”
Michele Kang

Per la quarta giornata della fase campionato dell’edizione 2025/26, al Pozzo La Marmora di Biella, davanti a un non certo esaltante numero di spettatori (circa settecento), la Juventus Women ha ospitato la squadra che in bacheca ha più Women’s Champions League di tutte e che in Europa dominava prima che iniziasse l’era Barcellona: l’OL Lyonnes.
Un attimo. Ma non si chiamava Olympique Lyonnais Fémenin, ovvero, come la squadra maschile con in più il solito aggettivo che fa capire che in campo ci sono giocatrici e non giocatori? E, poi, che vuol dire “Lyonnes” in francese?

Appunto, si chiamava, ora non più, ma non è una semplice questione di rebranding dovuto a un cambio al vertice; è più una ideale affiliazione a una rete internazionale di club di calcio esclusivamente femminili. Infatti, con buona pace della nota refrattarietà dei transalpini ad accettare parole non della loro lingua, “Lyonnes” in francese non vuol dire niente, è una crasi tra “lionnes”, leonesse, e “Lyon”, intesa come la città, e richiama da vicino il termine inglese “lioness”, leonessa. La scelta non è casuale, dato che la nuova proprietaria ha acquistato, sempre nel 2023, le London City Lionesses, team che è stato promosso per la prima volta in Women’s Super League al termine della stagione 2024/25.
Ovviamente, questa nuova proprietaria non è francese. Il suo nome è Michele Kang, è un’imprenditrice statunitense di origine sudcoreana nata nel 1959, ha un patrimonio di più di un miliardo di dollari, è fondatrice e CEO di Cognosante, azienda informatica che si occupa di software destinati alla sanità. E il suo impatto a lungo termine sul calcio giocato da donne sarà tutto da verificare, ma la sua entrata in scena è stata decisamente a effetto

Aulas, Textor, Kang: storia recente della squadra femminile più titolata d’Europa.

Michele Uva e Morris Gasparri nel libro Campionesse. Storie vincenti del calcio femminile (Giunti, 2018) offrono i ritratti di dieci giocatrici definite iconiche e di una sola persona di sesso maschile, Jean-Michel Aulas. Uomo d’affari, presidente dell’Olympique Lyonnais dal 1987, al timone quando la squadra vinceva Ligue 1 a ripetizione ed eliminava il Real Madrid dalla Champions League1, nel 2004 Aulas era stato invitato dalle autorità cittadine a rilevare il FC Lyon, club che tra il 1991 e il 1998 aveva vinto quattro Campionati femminili di Francia, ma che in quel momento versava in cattive condizioni economiche.
Convinto dell’«importanza strategica della parità di genere», il «presidente visionario» aveva accettato la sfida, iniziando a investire anche nella nuova creatura a sua disposizione, ribattezzata Olympique Lyonnais Fémenin. Il primo campionato francese era arrivato nel 2007, la prima Coppa di Francia nel 2008, la prima Women’s Champions League nel 2011 e tante altre vittorie erano seguite; ma, al di là dei successi sanciti dal campo, al di là del merito di aver contribuito a diffondere in patria la cultura del calcio praticato da donne, era la modalità di trattare la propria squadra femminile a fare la differenza. O, meglio, a non farla, nel senso che c’era «comunanza di spazi e strutture e soprattutto una parità di considerazione» per giocatori e giocatrici all’interno della società.2

Ogni medaglia ha, però, il suo rovescio: Aulas è stato il primo a mostrare quali vantaggi potesse trarre il settore femminile da una seria presa in carico da parte di un grande club maschile, ma è anche stato uno dei primi a misurare di persona i limiti di questo modello.
Se, infatti, la sua Olympique Lyonnais Fémenin continuava a vincere Women’s Champions League, le cose con la Olympique Lyonnais propriamente detta andavano molto peggio che in passato e -ahimé- questo sul bilancio pesava molto di più. C’era, poi, la storia del nuovo stadio, inaugurato solo a gennaio 2016, cinque anni dopo la data inizialmente prevista e a fronte di una minor quantità di soldi da poter investire in ingaggi e acquisti di giocatori; tanto che Aulas, proprio a fine 2016, cedeva a un fondo d’investimento cinese il 20% della holding (OL Groupe) proprietaria del club di calcio. Lui ne restava ancora il socio di maggioranza, ma ora possedeva meno del 50% del totale delle azioni. Così, quando i cinesi e l’altro socio Seydoux nel 2022 hanno deciso che era tempo di vendere, a Aulas non è restato altro che prenderne atto e rimanere presidente onorario del club lionese.

La OL Groupe è passata nelle mani della Eagle Football Group e dello statunitense John Textor, che per prima cosa ha deciso che l’Olympique Lyonnais Fémenin andava venduto. E Aulas si è dimesso:

Ce n’est pas un problème d’argent (…) La première décision de John Textor a été de vouloir vendre l’équipe féminine, qui me tenait plus qu’à cœur

Sebbene la gestione Textor della squadra maschile sia stata disastrosa3, non si può certo dire che, capitalisticamente parlando, il businessman americano abbia fatto male  a suo tempo a scorporare la squadra femminile dalla sua holding e a venderne il 52% a Michele Kang per 54 milioni di dollari.
La cifra sembra uno sproposito perché l’Olympique Lyonnais Fémenin, in quel momento, aveva un deficit annuale di 12 milioni di euro e perché qui, nel vecchio conteninente, nessuna imprenditrice, nessun gruppo, nessun uomo d’affari avrebbe mai investito così tanto nel ‘women’s soccer’, manovre di finanza creativa escluse (vedi vendita nominale del Chelsea F.C. Women a società controllata dalla stessa proprietà del Chelsea F.C. per provare a gabbare il Fair Play Finanziario4). La stessa Kang ha pagato meno sia nel febbraio 2022, quando per 35 milioni di dollari ha acquisito le Washington Spirit, il club della NWSL -la lega pro statunitense- per cui adesso gioca Sofia Cantore; sia nel dicembre 2023, quando è diventata proprietaria del 100% delle London City Lionesses (una cifra ufficiale non è, comunque, mai stata resa nota).

Attenzione, però. Vista dall’altra parte dell’Atlantico la somma versata da Kang a Textor non deve sembrare altrettanto spropositata, dato che nel corso del 2024 Willow Bay e suo marito Bob Iger sono arrivati a spendere ben 250 milioni di dollari per comprare l’Angel City F.C., altra squadra della NWSL. Segno che l’imprenditrice di origine sudcoreana viene da un’altra realtà, in fatto di empowerment dello sport femminile, e la sua visione vuole esportarla al di qua dell’Oceano. 

Realtà e immaginazione.

Quando nel suo portafoglio le squadre femminili sono diventate tre, ben divise tra Stati Uniti, Inghilterra e Francia, Michele Kang ha fondato il suo gruppo internazionale e lo ha chiamato Kynisca Sports International, in onore della nobile spartana che vinse alle Olimpiadi del 396 a.C. e del 392 a.C. la corsa dei carri a quattro cavalli.

In campo maschile, le multi-proprietà sono la prassi. C’è il modello Red Bull: una grande azienda o un facoltoso sceicco possiedono un club principale, dietro cui si nasconde una rete mondiale di società più o meno titolate, che hanno la funzione di scovare e far crescere talenti, finché non sono pronti per il palcoscenico principale. Ci sono poi i fondi d’investimento, tipo quello a cui a capo c’è il sopracitato Textor, che ha pezzi di società qua e là nel mondo, tanto che l’attuale crisi del Lione (maschile) potrebbe avere conseguenze perisno a Rio de Janeiro.
Ebbene, come ha specificato in una intervista a ESPN, Kang è convinta che la sua Kynisca funzionerà in modo diverso: Washington Spirit, OL Lyonnes e London City Lionesses punteranno tutte al massimo e nessuna sarà sacrificata o fungerà da squadra satellite per le altre. E come loro tre, anche le altre compagini di altre nazioni che, in futuro, dovrebbero aggiungersi. Del resto, il mantra per l’imprenditrice americana è rappresentare una novità nel panorama mondiale, perché:

La cosa peggiore che possiamo fare al calcio giocato da donne è fare copia-incolla di quello che si è fatto per decenni con gli uomini.

Per questo sta finanziando in modo cospicuo anche la U.S. Soccer, la federazione che gestisce le Nazionali stelle e strisce: vuole che le giovani americane abbiano più possibilità di giocare a calcio e vuole che le tecniche di allenamento adottate nei suoi club diventino un nuovo standard.    

Ad ogni modo, qualche piccolo dubbio sul fatto che non ci saranno spostamenti telecomandati tra le tre società del suo stesso gruppo, in realtà, già c’è. A giugno 2025 la 34enne neerlandese Van de Donk, dopo quattro stagioni al servizio dell’Olympique Lyonnais e la fine del contratto, ha firmato per le London City Lionesses; la stessa strada ha percorso a inizio stagione 2025/26 la 19enne Wassa Sangaré, anche se per un prestito annuale. Sulla panchina lionese siede poi da settembre uno che ha contribuito a fare grande il Barcellona femminile, Jonathan Giraldez, che, però, guarda caso, ha allenato a Washington la stagione precedente.
Un’altra giovane difensora, Sylla Kysha, è stata mandata in prestito da Lione alle Washington Spirit, mentre l’unico scambio tra la squadra americana e quella londinese di proprietà della Kynisca, non sembra aver dato grossi frutti5.
L’OL Lyonnes sembra, dunque, godere di qualche attenzione in più. Del resto, quanto sarebbe iconico per Michele Kang arrivare sul tetto d’Europa con una squadra cui ha appena cambiato nome?

Tra l’altro, se in futuro anche le leonesse di Londra si qualificassero per il massimo torneo continentale, cosa farà Kang di fronte a un eventuale diktat UEFA, che -ricordo- impedisce a due squadre con la stessa proprietà di partecipare al medesimo torneo? Farà un magheggio simile a quello fatto al maschile della sopracitata Red Bull, che per Nyon controlla direttamente solo la squadra tedesca RasenBall Lipsia e non l’austriaca Red Bull Salisburgo?6 

Lo sport femminile è un buon affare.

Benché, al momento, possieda solo squadre di calcio, l’impegno di Kang nel promuovere e migliorare lo sport femminile è di più largo respiro. Si va dalla donazione di 4 milioni di dollari alla Nazionale femminile statunitense di rugby a sette, per meglio preparare l’Olimpiade in casa, alle ricerche che conduce il Kynisca Innovation Hub su allenamento, salute e performance delle atlete, perché finora l’approccio scientifico allo sport ha considerato quasi esclusivamente i dati provenienti dal settore maschile.  
L’imprenditrice americana non fa, però, tutto questo per beneficenza: è sì mossa dalla volontà di dare alle donne occasioni e possibilità che finora non hanno mai avuto, ma è convinta che finanziare lo sport al femminile sarà per lei remunerativo. Il che vuol dire che, se questo o quell’investimento già fatto non verrà ritenuto fruttuoso, potrebbe essere stoppato:

No business can survive by losing money forever, right?

Se, quindi, il mio atteggiamento verso lo sbarco di Kang nel calcio europeo al femminile è più guardingo che entusiasta, più timoroso degli ostacoli reali che una multiproprietà può creare che fiducioso nell’arrivo di un modello nuovo che metta lo sport praticato da donne al centro, lo si deve principalmente al fatto che gli ultimi venti, trenta anni hanno mostrato come il football di alto livello sia un vuoto a perdere per chi vi investe. A meno che non si aspiri a ricadute di altro genere, tipo “scendere in campo”, nel senso berlusconiano del termine, o non lo si voglia utilizzare come potente mezzo di soft power.

Ora, il rischio che l’OL Lyonnes non porti i guadagni sperati c’è. Ad esempio, a partire dall’attuale stagione, Kang vuole giustamente che la sua squadra giochi sempre e non solo saltuariamente al Parc OL, cioè nello stadio da 60mila posti costruito per volere di Aulas. I numeri sono, però, risicati per affermare che la scelta convenga alla nuova proprietà: contro le rivali del Paris Saint-Germain, in campionato, un sabato sera di settembre erano in 10mila e forse bisognerà attendere i playoff per avere più gente; contro il Wolfsburg, un giovedì sera di novembre erano, invece, solo in 4mila, nonostante il prestigioso avversario, segno che la fase campionato di Women’s Champions League non tira tantissimo in una vita così piena di partite. Anche in questo caso, andrà forse meglio nei turni successivi, considerando i 20mila che hanno visto lo scorso anno perdere l’allora Olympique in semifinale con l’Arsenal e i 38mila che, invece, l’hanno vista vincere, sempre in semifinale, contro il Paris Saint-Germain nel 20247.
Che dire poi del “trattamento” riservato alla squadra della presidente più ambiziosa d’Europa da parte della Juventus? Cosa avrà pensato Kang nel vedere che la società bianconera, invece, di aprire lo Stadium, come fatto un mesetto prima per il Benfica e come farà a dicembre per il Manchester United, ha ospitato l’OL Lyonnes in un impianto da duemila posti, per di più colmo a metà? Con tutto il rispetto per quei settecento spettatori, che hanno potuto assistere a un emozionante e rocambolesco 3-3.

Ergo, si deve sperare che la nuova proprietaria della squadra lionese dia sufficiente importanza alle eventuali ricadute di altro genere di cui sopra; ricadute che vanno valutate sul lungo periodo. Perché magari un giorno si parlerà di Kang come della prima miliardaria ad aver usato il pallone come strumento globale di soft empowerment femminile.