Illo tempore la federazione internazionale di atletica si inventò la Coppa del mondo per ovviare a un problema stringente: come fare a mettere insieme i migliori atleti e le migliori atlete del mondo nel quadriennio che passa tra una Olimpiade e la successiva? Erano gli anni Settanta del secolo scorso, quella federazione si chiamava ancora IAAF e la prima ‘A’ stava ancora per ‘Amateur’. E la neonata manifestazione andò ad occupare gli anni dispari.
Ora la federazione si chiama World Athletics e, a distanza di dieci lustri, ha chiuso il cerchio, colmando l’ultima lacuna. Perché, a partire dal 2026, ogni anno avrà il suo campionato del mondo o roba simile. Persino le annate olimpiche.1
L’ultima invenzione di World Athletics.
Il suo debutto è avvenuto nel week end lungo 11-12-13 settembre 2026, in una estate senza Olimpiadi e Mondiali di atletica, a una settimana dall’ultima tappa della Diamond League2. E con un montepremi senza precedenti.
Nome scelto, World Athletics Ultimate Championship. Per veicolare l’idea che sono gli “ultimi campionati”, quelli che a fine stagione in questo 2026 e in tutti i prossimi anni pari decideranno chi è “davvero” il più forte o la più forte. Ché in quelli dispari c’è già il Mondiale propriamente detto.
Città scelta per la prima edizione, Budapest. Senza apparente processo di selezione e, forse, senza neanche la possibilità per altre città di candidarsi, visto che il giorno del lancio ufficiale della manifestazione da parte della federazione internazionale, date e sede erano già bell’e decise. Del resto, era il 3 giugno 2024, Orban era ancora il presidente-autocrate d’Ungheria e il presidente (altrettanto autocrate?) di World Athletics, Sebastian Coe, lo aveva pubblicamente lodato nel 2023 per il modo in cui nella capitale ungherese, era stato organizzato il Mondiale di atletica. Prima ancora che la rassegna iniziasse! Lode con annesso invito a Orban a presentare una candidatura per fare di Budapest la sede di una prossima Olimpiade. Cosa per cui, comunque, ringraziamo il Fato per non aver fatto Coe presidente del CIO.
Innovazione una delle parole chiave usate dalla federazione sui media e sui social per lanciare questi Ultimate Championship. Innanzitutto, nel format, che è di quelli che piacciono tanto a chi propaganda la filosofia dello sport spettacolo, degli eventi che devono essere riservati solo ai migliori (e alle migliori), che devono essere mediaticamente spendibili per attirare più sponsor e pagare di più chi vince, in un ciclo che si definisce virtuoso secondo i dettami del capitalismo applicato alla materia. Numero di migliori coinvolti che, però, dipende dalle specialità: addirittura sedici, con turno di semifinale e successiva finale a otto, per le gare in corsia; dodici per le finali secche di 1500m e 5000m; solo otto per i concorsi, con lungo, triplo, giavellotto e martello che prevedevano un massimo di quattro lanci/salti (e non sei) ciascuno e tagli progressivi dopo due turni (da otto a sei partecipanti) e tre turni (da sei a quattro partecipanti). Con conseguenze tipo quanto visto nel martello maschile, in cui il campione olimpico e mondiale in carica Ethan Katzberg ha iniziato con un nullo di settore, magari causato dalla… innovativa illuminazione della pedana, ha proseguito con un altro nullo ed è così rimasto fuori dalla fiesta e dalla spartizione dei premi.
Una bella disparità. Del resto, chi segue l’atletica in tv è ormai tristemente abituato a vedere trasmessi salti e lanci tra una gara in pista e l’altra; e poi il presidente Coe è stato un mezzofondista nella sua precedente carriera di atleta, altrettanto di successo.
Poi, il sospetto che i concorsi siano stati ritenuti meno da conto nello scegliere il programma (anche qui, non è dato sapere su quali basi), è acuito dal fatto che il primo Ultimate non ha incoronato campioni nel peso, nel triplo e nel disco maschile, nel peso, nel disco e nel martello femminile3. Con grande disappunto di big della squadra azzurra come Fabbri o Andy Diaz. L’unica notabile assenza del comparto delle specialità ‘track’, era, invece, quella dei 3000m siepi, visto che i 10000m sono ormai spariti anche dalle tappe della Diamond League.
Condivisibile, infine, la scelta di far correre solo le due staffette miste, rispettando l’equità di genere e risparmiando due gare che prevedono otto squadre con quattro atleti/e della stessa nazione e dello stesso genere, cosa non facile per un evento che vuole solo la crème de la crème.
I migliori (premi) mai visti in una manifestazione di atletica.
A proposito di migliori, chi ha gareggiato a Budapest? Sono stati automaticamente invitati Campioni e campionesse olimpiche o mondiali in carica, vincitori e vincitrici della finale della Diamond League della settimana precedente. Poi, la lista degli e delle aventi diritto in ciascuna specialità è stata riempita guardando il ranking stagionale, ovvero chi ha ottenuto i tempi o le prestazioni migliori nei 365 giorni precedenti l’evento. L’organizzazione ha, infine, dato delle wild card a gente come Josh Kerr (1500m), perché aveva da poco fatto segnare il record del mondo nei 1000m, o Ingebrigtsen (5000m) e Tamberi (alto), che circa un mese prima erano tornati alle gare e avevano vinto l’oro europeo, manifestazione continentale che in automatico non garantiva nulla. Del resto, per far sì che il pubblico si riconoscesse maggiormente in chi correva, lanciava o saltava, ogni atleta vestiva la maglia della sua Nazionale, a differenza di quanto accade nei meeting, in cui si usano le maglie della società sportiva di appartenenza; però, non c’era un tetto ai partecipanti per singola nazione in una singola gara, come avviene all’Olimpiade o al Mondiale. Quindi, gli Stati Uniti hanno potuto schierare quattro uomini e quattro donne nei 100m, ma potevano arrivare a monopolizzare tutte le corsie!
Ad ogni modo, le tre wild card di cui sopra hanno ringraziato e si sono prese il successo.
Ma veniamo ai premi, che poi è la questione più innovativa dal punto di vista di atleti e atlete, tanto che Usain Bolt, testimonial della manifestazione, ha dichiarato con rammarico:
I never saw money like this.
Si parla di tanti, tanti soldi in più rispetto al solito: 150mila dollari per chi vince, 75mila per chi arriva secondo, 40mila per il terzo nelle gare e nei concorsi individuali; cifre che per le staffette scendono, rispettivamente, a 80mila, 40mila, 24mila da dividere equamente tra i/le componenti. Per un totale di 10milioni di dollari elargiti sull’unghia da World Athletics, in soli tre giorni!
Un abisso rispetto anche alla Diamond League 2026, che ha assegnato a vincitori e vincitrici dei vari meeting tra i 10mila e i 60mila $ a seconda dei casi, per un montepremi totale di 500mila $ nelle singole tappe e di 2,24milioni nella finale di Bruxelles.4 Non solo. Vincere a Budapest è valso il doppio rispetto ai 70mila $ garantiti dall’oro mondiale a Tokyo 2025 e il triplo rispetto al titolo olimpico di Parigi 2024, quando Coe ha bypassato il CIO, che ancora si oppone fermamente ai premi in denaro, e per la prima volta World Athletics ha pagato di tasca propria chi era andato a podio.
La tendenza al rialzo è chiarissima: ogni anno la Diamond League cercherà di aumentare i propri premi, a Los Angeles 2028 World Athletics proverà a dare più soldi a chi vince le medaglie e chissà quanti ne recapiterà a chi, a fine stagione, saprà confermare o ribaltare nella seconda edizione dei World Ultimate Championship quanto emerso all’Olimpiade. Perché quell’aggettivo “ultimate” lancia una sfida anche ai Giochi, una sfida fatta di dollari.
Personalmente, qualche dubbio mi viene in merito alla sostenibilità per la federazione internazionale di questa strategia… di svenamento controllato. Coe avrà sicuramente fatto i suoi conti, però 61mila spettatori nelle tre serate ungheresi sold-out e 170 Paesi collegati sono dati interlocutori. Nel senso che non basteranno certo biglietti e diritti tv a coprire tutto l’esborso dei soldi. E gli sponsor visti al primo Ultimate erano, in fondo, solo partner: l’acqua minerale Szentkirályi per far abbeverare chi gareggiava, Seiko per rilevare i tempi, Sony per la tecnologia usata nei fotofinish (anche questi… innovativi perché tridimensionali), Wizz Air per gli spostamenti delle Nazionali.
L’apprezzamento degli atleti e delle atlete è, invece, fuor di dubbio. E, rispetto a chi pensa a priori che sia scandaloso dare così tanti soldi a chi corre o salta, fa riflettere quanto dichiarato dalla lunghista britannica Sawyers, argento europeo e seconda agli Ultimate in un mese: per lei aver vinto 75mila $ a Budapest vuol dire poter continuare a fare sport per un altro anno. Perché non tutti sono al tempo stesso femomeni e star come Mondo Duplantis. Oltre a somigliare a Matteo Renzi, ma -vabbé- anche questa è un’osservazione personale.
Tanto, tanto, ma non tantissimo.
Il più felice di tutti di questo Ultimate Championship è stato Bednarek, la più felice di tutte Melissa Jefferson-Wooden: le vittorie di 100m e 200m hanno fruttato ad ambedue 300mila $. World Athletics non aveva mai dato tanti soldi a una singola persona a margine di un singolo evento. Cifra che, però, è interessante confrontare con quelle ottenute o ottenibili da altri sportivi nel 2026 in eventi singoli di discipline individuali.
- chi vincerà a Philadelphia la Gold Cup, gara di cannottaggio riservata a singolisti e singoliste, guadagnerà 16mila $; se tra le donne sarà la britannica Lauren Henry, allora riceverà un premio aggiuntivo di 50mila $ perché è stata prima anche al Mondiale e alla Henley Royal Regatta;
- arrivare primo al Tour de France è valso a Tadej Pogačar 500mila €, a Demi Vollering un decimo esatto, guadagni che salgono, rispettivamente, a 611mila € e 77mila €, considerando i premi di tappa, ma che scendono se si considera che una parte è poi andata ai compagni e alle compagne di squadra;
- Chistmas Day ha vinto 1mln $ all’Epsom Derby o, meglio, lo ha fatto vincere, visto che è un cavallo; la cifra è andata per la maggior parte al proprietario e per meno di un decimo al suo fantino;
- Un milione, ma di sterline, sono andate a Luke Litter per aver vinto il campionato mondiale di freccette; solo 15mila ne ha vinte Beau Greaves nel World Matchplay riservato alle donne;
- il golfista Wyndham Clark ha guadagnato 4,5mln $ conducendo lo US Open sin dalla prima buca; la connazionale Nelly Korda ne ha messi da parte 2,5mln vincendo lo US Women’s Open;
- vincendo il singolare a Wimbledon, Sinner e Nosková si sono portati a casa 3,6mln di sterline (circa 4,25mln €), che è comunque meno dei 6mln $ vinti dall’altoatesino nel torneo esibizione di Riyadh a fine 2025.
Non è, dunque, scontato osservare che non ci sia disparità di genere nei premi elargiti da World Athletics, soprattutto se guardiamo indietro a quanto l’allora IAAF nel corso del XX secolo mise i bastoni tra le ruote allo sviluppo dell’atletica al femminile. Così come non è banale notare quanto rendano di più, in caso di successo, sport che il professionismo lo hanno abbracciato molto prima dell’atletica.
Non a caso, solo con l’avvento di Primo Nebiolo allo scranno presidenziale fu innescato negli anni Ottanta del Novecento il processo che ha portato da 0 a 150mila i dollari che si possono vincere gareggiando in un evento di atletica di portata mondiale. Fu, infatti, il dirigente italiano a sdoganare l’idea di una atletica che doveva inseguire lo spettacolo, cosa per cui lo odiava il da poco scomparso Livio Berruti, oro olimpico sui 200m nel 1960.
Non sorprende, quindi, scoprire che riguardi il tentativo di spettacolarizzare ulteriormente la fruizione da parte del pubblico a casa e allo stadio un’ultima tranche di scelte narrate come innovazioni fatta da World Athletics in merito all’Ultimate Championship di Budapest. Ma quanto il prodotto offerto è stato poi davvero spettacolare?
Fu vera gloria?
«Every moment will count» aveva assicurato World Athletics, annunciando il programma dell’evento. Non ci saranno tempi morti e tutte le gare saranno visibili integralmente. Una benedizione, se si pensa, ad esempio, a quante gare e concorsi in contemporanea aveva offerto il programma dell’Europeo di Birmingham, per l’assurda volontà di far iniziare all’ora di cena (e non nel pomeriggio) le sessione che assegnava i titoli.
Una boutade, smascherata come tale il primo giorno, dopo neanche venti minuti di gare. Semplicemente perché, poco dopo il martello maschile, è partito l’alto femminile e, a stretto giro di posta, è iniziata l’attività in pista. Che ovviamente ha oscurato alcuni lanci, e coperto quasi integralmente i salti, secondo lo schema ‘track’>>’field’, gare maschili>gare femminili. Non a caso, già dalla seconda giornata di gare, la regia ha iniziato a far uso dei replay per mostrare cosa era successo nei concorsi mentre la diretta tv era concentrata sulle semifinali dei 400m ostacoli o, peggio, sulle interviste e sulle clip.
Anche la speranza di godersi un evento senza interruzioni stile Elisabetta Caporale è, infatti, naufragata ben presto: da programma, agli ultimi campioni e alle ultime campionesse della stagione era concessa una premiazione solitaria, con tanto di ritiro del bracciale con il proprio nome inciso, e un’intervista ufficiale che tutto lo stadio (e il pubblico a casa) potesse/dovesse sentire. Del resto, World Athletics ambisce a creare dei personaggi che in futuro possano diventare brand e, quindi, far da traino per eventi come l’Ultimate Championship. Da qui l’idea di posizionare delle poltrone su cui far accomodare chi lanciava o saltava, tra un turno e l’altro, o le clip-interviste di una favorita o di un favorito per annunciare in tv l’imminenza della disputa di una finale.
Un po’ di novità World Athletics le ha provate anche in merito all’illuminazione e agli effetti visivi: il verde campo da gioco del National Athletic Center era stato dipinto di nero; le pedane e le corsie venivano illuminate al momento delle gare, come in una scena teatrale; dei neon di colore fucsia con il logo dell’evento erano sparsi in tutto lo stadio. C’erano poi le previsioni di vittoria aggiornate real time, la realtà aumentata, il già citato fotofinish 3D.
Insomma, tutte cose che, onestamente, non hanno aggiunto molto a chi era alla tv e hanno ancor più sottolineato come siano le competizioni a essere il succo dello spettacolo in un evento sportivo.
Da questo punto di vista, le emozioni non sono mancate. Il meglio l’hanno offerto alcune gare in pista (mi vengono in mente gli 800m, sia maschili che femminili, e Melissa Jefferson-Wooden) e Gianmarco Tamberi, che ha battuto persino Duplantis, quanto a coinvolgimento del pubblico e show offerto.
Appuntamento fra due anni.
Nell’economia di una manifestazione sportiva e dei ricordi che lascia, contano anche i risultati ottenuti dagli atleti per cui si simpatizza e, in particolare, da come va la squadra italiana. Ebbene, anche a Budapest azzurri e azzurre hanno saputo cogliere affermazioni importanti, tanto che l’Italia si è piazzata seconda del medagliere, grazie al più volte citato “Gimbo” Tamberi e al successo di Larissa Iapichino nel lungo femminile. Unica Nazionale in grado di vincere almeno due gare, Stati Uniti a parte (che ne hanno vinte dieci), e questo nonostante l’assenza del peso e del triplo maschile.
Per capire, però, se davvero gli Ultimate Championship hanno davvero inciso e hanno gettato le basi per qualcosa di diverso, bisognerà attendere un po’. Chissà se federazioni internazionali di altri sport proveranno a copiare l’ultima idea di World Athletics e a fare eventi “solo per i migliori”. Intanto, l’unica cosa certa è che, a meno di due anni dalla prossima edizione, non si sa ancora in quale città si terranno gli “ultimi campionati” del 2028, che è anche anno olimpico. E questo non mi pare un ottimo segno.


