United 2026 è ormai in archivio e di quaranta lunghi giorni di gare resta in mente quanto è accaduto in fondo: la vittoria della Spagna e, quindi, della vecchia Europa, sottorappresentata al Mondiale a 48 squadre per volere di Infantino; Rodri che allontana Trump prima di alzare la coppa; l’Argentina e Messi che voltano le spalle ai campioni, lamentandosi dell’arbitraggio dopo un match non giocato e perdono così la stima e l’appoggio di chi non aveva tifato contro di loro ; il Belgio che travolge agli ottavi gli Stati Uniti a cui la FIFA –per intercessione di Trump– aveva concesso la possibilità di schierare un giocatore squalificato; la UEFA che sembra essersi finalmente data una svegliata…
Tutti elementi che danno forza alla narrazione “il sistema FIFA-Trump-Infantino-Messi alla fine non ha vinto”, con un po’ di soddisfazione per chi si era indignato per le perquisizioni subite dal Senegal all’arrivo all’aeroporto, per il visto non concesso all’arbitro somalo Artan, per l’americanizzazione dei tempi delle partite o per come finivano gli incontri dell’Argentina (urla di Adani annesse).1 Uno spostamento di opinione che, negli ultimi giorni, ha convinto persino un media mainstream come la Gazzetta dello Sport a dare addosso al presidente FIFA e alla sua gestione della rassegna iridata.
Una illusione, perché Gianni Infantino ha avuto dal suo Mondiale quanto gli stava davvero a cuore. Anzi, di più.
Ricavi, solo ricavi.
Tra la Trump Tower di New York e il quartier generale di Zurigo l’avevano progettata per farla diventare la più grande operazione commerciale della storia dello sport, con pause ad hoc per gli inserti pubblicitari; l’half time show che raddoppia il tempo dell’intervallo della finale; un pubblico fatto di star, VIP, ex campioni, più adatto alla parata degli Oscar che a una partita di calcio. E si sa che laddove l’obiettivo è guadagnare il più possibile, i diritti di chi guarda abitualmente il pallone possono essere calpestati, vedi i prezzi dinamici che hanno fatto aumentare il costo dei biglietti a dismisura o i visti non concessi a chi proveniva da alcuni Stati invisi al governo USA, ma le cui Nazionali si erano regolarmente qualificate. Altro che Coppa del mondo più inclusiva di sempre, come decantava Infantino.
Così, anche se Stati Uniti o Messi non sono riusciti a portare a casa il trofeo, facendo felice un po’ di gente da questa parte dell’Atlantico, la FIFA ha raggiunto, anzi doppiato il suo principale obiettivo: 15 miliardi di dollari guadagnati nel quadriennio 2023-2026, a fronte degli 8.9 preventivati, come lo stesso ineffabile Gianni ha tenuto a far sapere.
Giusto il tempo di riorganizzarsi un po’ e ben presto da Zurigo inizieranno ad arrivare input per il prossimo grande appuntamento, il Mondiale femminile del 2027, in programma in Brasile. Lo slogan “Vai Ser Épico”, “Sarà epico”, già pone l’accento sulla necessità di offrire qualcosa che -per gigantismo, numero di spettatori, numero di telespettatori- vada al di là dell’edizione 2023 ospitata da Nuova Zelanda e Australia, la prima con fase finale a 32 squadre. Nelle comunicazioni ufficiali immagino uno sperpero di parole come empowerment, diritti a un trattamento più equo, necessità di modelli femminili, bambine oggi campionesse domani. Poi capita di leggere cosa ha detto il presidente FIFA (e chi sennò?) a Riyadh, nel maggio del 2025, e la prospettiva cambia, dall’epico si passa al prosaico:
Women’s football and women in football are crucially important. It’s growing as well, and exponentially, and we are targeting that as well to have $1 billion revenue just with the Women’s World Cup to reinvest in the women’s game
Un miliardo di dollari, questo è quanto la FIFA conta di guadagnare (ops, di reinvestire nel calcio donne) da Brasile 2027. Anche qui l’attenzione è tutta sui ricavi, sulla necessità di ottenere quasi il doppio dei 570 milioni, che ha garantito l’edizione del 2023, e sul trend che deve essere sempre in crescita.
Emblematica è anche l’occasione in cui Infantino ha parlato di introiti dal calcio giocato da donne: il numero uno del pallone era, infatti, gradito ospite allo U.S.-Saudi Investment Forum, incontro tra investitori arabi e statunitensi, per di più in casa dei Bin Salman, a cui avrebbe di lì a qualche mese regalato l’organizzazione della Coppa del mondo maschile del 2034. E, infatti, le lodi ai grandi passi fatti dall’Arabia Saudita in termini di calcio al femminile non sono mancate: pensate, ora le donne hanno anche un campionato e una Nazionale! Wow! Come fare a non dare a Riyadh anche un Mondiale femminile, magari quello del 2039?
Alla faccia delle federazioni di Australia e Nuova Zelanda e delle calciatrici che nel 2023 si opposero ad avere l’agenzia governativa Visit Saudi come sponsor della loro Coppa del mondo.
Quale posto per le calciatrici.
Nel 2031 gli Stati Uniti torneranno a essere Mondiali, stavolta quelli femminili, e sarà la prima edizione con fase finale a 48 squadre, roba da crescita esponenziale ulteriormente assicurata. Chissà se in quella occasione la FIFA spedirà Pulisic o McKennie allo stadio a favore di telecamere. Intanto, per la Coppa del mondo maschile appena conclusa, a parte la spagnola due volte pallone d’oro e campionessa del mondo in carica Alexia Putellas, non sono state molte le giocatrici o ex giocatrici inquadrate in tv. In occasione della finale, a intervistare Rodri dopo la premiazione per la tv messicana Telemundo, per cui aveva fatto la commentatrice tecnica raccogliendo consensi, c’era l’altra big spagnola Aitana Bonmatì, che di palloni d’oro ne ha vinti tre. E le statunitensi? Sempre in finale, ospitate nella “suite” di uno sponsor che fa prodotti per l’igiene personale c’erano Ali Krieger, Alyssa Thompson, Tierna Davidson come assicura un sito specializzato. Inquadrate in mondovisione, però no. Questa fortuna è capitata forse solo ad Alex Morgan, nell’ottavo tra USA e Belgio. Una cosa abbastanza curiosa, perché lo U.S. National Women Soccer Team ha già in bacheca quattro Mondiali, mentre neanche le telefonate presidenziali e i sorrisi di Infantino sono serviti a far arrivare gli uomini in semifinale a United 2026. Certo, nel 2019, dopo l’ultimo successo, le calciatrici USA, guidate da Megan Rapinoe, dissero a gran voce che non sarebbero andate alla Casa Bianca dal noto maschilista Trump, allora al primo mandato. Considerando la megalomania del soggetto in questione e il servilismo della FIFA, il dubbio è legittimo che sia questo il peccato originale di questa sottoesposizione mediatica, ma non ho elementi che mi permettono di avvalorare questa tesi.
Nondimeno, le pause del gioco sono state così tante nel corso dei match di United 2026 e le telecamere si sono mostrate così allenate a indugiare sui volti noti presenti allo stadio, che si può a ragione parlare di una immagine femminile veicolata dalle riprese televisive e, quindi, dalla regia made in FIFA. Ebbene, all’assenza delle donne di calcio ha fatto da contraltare la presenza costante sugli schermi di donne ascrivibili a tre categorie, che per semplicità chiamo Shakira, Penelope Cruz e Victoria Beckham, ovvero pop-star avvenenti, affascinanti attrici di Hollywood o mogli di, categorie che si intersecano tra loro, come mostrano le eponime scelte, e a cui si ricorre quando c’è da riempire la vetrina di un evento pensato a uso e consumo dello sguardo maschile. Prova ne è lo scarso trasporto mostrato al gol di Bellingham contro la Norvegia dall’ex Spice Victoria, che era lì per via del consorte, e la conseguente polemica scoppiata sui tabloid inglesi.
Ed è sempre “merito” dell’impostazione data dalla FIFA all’intero Mondiale, se Claudia Sheinbaum, la presidente del Messico co-organizzatore dell’evento, è stata relegata a presenza scenica nella cerimonia di premiazione, in cui era ovviamente Trump a dare tutti i premi.2 Però, tranquilli, vedrete che Infantino e compagnia torneranno presto a raccontare di quanto il governo del pallone ci tiene all’empowerment femminile attraverso il calcio e la Coppa del mondo che si disputerà in Brasile nel 2027. Del resto, come spiega il punto 5 della Women’s football strategy, Educate and empower,
FIFA will […] leverage the power of the FIFA Women’s World Cup and other events to address specific social issues faced by women and girls (e.g. health, empowerment, equality)


