Lo scorso anno la novità era stata il Paese ospitante: il Ruanda di Paul Kagame, la prima volta in Africa di un Mondiale UCI su strada. Anche quest’anno la scelta della sede scandisce una prima volta: a Montréal si era già corso, nel 1974, e fu la prima rassegna non in Europa; con il ritorno nella capitale del Quebec, a 52 anni di distanza, la federazione internazionale festeggia la prima sequenza di almeno due Mondiali su strada fuori dall’Europa, segno del tentativo del governo del pedale di rendere il proprio sport più globale e meno confinato al Vecchio Continente.
Nell’edizione 2026 è stato evidente anche il recente cambio di prospettive e di politiche dell’UCI in un altro settore, quello femminile, e sotto un particolare aspetto, quello della lunghezza dei percorsi di gara. Fare analisi statistiche del chilometraggio di questa o quella prova può sembrare una noiosa questione tecnica. Non è così e non lo dico perché con i numeri “ci so fare” per deformazione professionale, ma perché le regole e le restrizioni in ambito sportivo vengono decise da assemblee costituite in larga prevalenza da uomini e, per questo, spesso riflettono il punto di vista di questi ultimi.
Corsa contro il tempo.
In due casi la cronometro maschile e quella femminile della categoria élite si erano svolte sul medesimo percorso e sulla stessa distanza di gara: a Imola, nel 2020, nella rassegna messa su in poco tempo in piena pandemia, e in terra australiana, a Woollongong, nel 2022. Solo nel 2017 gli uomini si erano sfidati su di un percorso più breve (31.0 km); per le donne, invece, sia i 31.7 km di Imola che i 34.2 km del 2022 avevano rappresentato un nuovo record in fatto di lunghezza.
Questa suggestiva congiuntura si è ripresentata anche a Montréal: i 39.2 km del percorso, scelto dall’organizzazione per le due categorie élite, hanno rappresentato, al contempo, una delle più brevi distanze per un Mondiale maschile (solo in quattro edizioni su 33 la distanza da coprire era minore) e la più lunga nella storia iridata della corsa contro il tempo al femminile1.
Non vi è nessuna regola che obbliga gli organizzatori di un Mondiale su strada a prevedere una pari distanza per professionisti e professioniste (giusto per attualizzare la categorizzazione in voga fino al 1995). Nondimeno, dati alla mano, la tendenza è abbastanza chiara: nel 2014 (Ponferrada) le donne migliori del lotto si cimentavano sulla stessa distanza degli junior maschili (29.5 km), ovvero gli Under 18, mentre gli uomini migliori avevano un percorso di 17.6 km maggiore, pari al 61% in più! E non è neanche lo squilibrio peggiore (vero Toscana 2013?).
Nel 2019, se non altro, la parificazione era tra élite femminile e Under 23 maschile. Lo stesso nel 2025 e non si può escludere che, in qualche edizione, non verrà scelta questa opzione. Però, il cambio di paradigma UCI è chiaro e non è detto che l’attuale massimale di 40 km per le crono femminili individuali, introdotto nel 2025, in futuro, non possa essere ulteriormente alzato e far sì che al Mondiale si tornino ad assegnare titoli su percorsi intorno ai 45-50km, ma stavolta sia per gli uomini che per le donne.
Insomma, la corsa contro il tempo per questa suggestiva ulteriore parità chilometrica mi sembra avere… i Mondiali contati, laddove solo una decina di stagioni fa era qualcosa di neanche immaginabile, sommersa dalla retorica, a volte neanche dichiarata, secondo cui le cicliste non erano capaci di sostenere lo sforzo per così tanti chilometri. La domanda che resterà inevasa è: a pari distanza corrisponderà un pari rispetto per la professionalità delle une e degli altri? una pari attenzione da parte dei media? un maggior invito a investire nel comparto femminile?
180 km in linea e tanto spettacolo.
Massimale per le corse in linea a Mondiale e Olimpiade alzato da 160 km a 180 km, giusto un anno fa, e record assoluto di percorrenza per una one-day-race femminile bendetta dall’UCI subito stabilito da Montréal 2026. Un totale di 180.1 km per di più su un percorso decisamente duro.
Anche qui il cambio di paradigma UCI è chiaro, benché sia opportuno aggiungere una nota storica. Non va mai dimenticato che Alfonsina Morini Strada si trovò di fronte distanze ancora oggi improponibili e con strade a quelle di oggi non certo paragonabili, quando cento e più anni fa partecipò da indipendente e portò a termine gare maschili: Il Giro di Lombardia del 1917 era di 203 km; il Giro d’Italia del 1924, l’unico a cui Morini Strada poté partecipare, constava di dodici tappe tra i 230 km e i 415 km, che lei concluse tutte, anche se lo sforamento del tempo massimo nell’ottava frazione (L’Aquila-Perugia) le impedì di figurare nella classifica finale. Per questo non credo abbia molto senso cercare di determinare con precisione il precedente record di lunghezza in fatto di gare femminili riconosciute dalla federazione internazionale.
Per chiarezza e completezza, al Montréal 2026, c’è stata equiparazione tra donne pro e uomini Under 23 e il differenziale con la corsa élite maschile è stato di ben 93 km (ovvero il 50% in più). Del resto, il Mondiale su strada è considerato di importanza pari alle cinque classiche monumento e una delle caratteristiche non scritte che le definiscono è una distanza da percorrere ben superiore ai 200 km.
Come forse si è notato, non ho fornito alcun dato sul tempo di fatto da Reusser, vincitrice della crono élite, in relazione ai tempi fatti segnare dagli uomini. È una scelta. La regola aurea per narrare in modo corretto uno sport al femminile è quella di non confrontare le prestazioni delle donne con quelle offerte dai maschi su uno stesso percorso, di fronte alla stessa prova, nella stessa situazione di gioco. Facendo, però, al tempo stesso emergere il diritto delle prime a correre sugli stessi percorsi, a cimentarsi nelle stesse prove, a trovarsi nelle stesse situazioni di gioco dei maschi.
Quanto visto nelle due prove in linea élite mi spinge, invece, a violare la regola aurea appena enunciata, non per parlare di medie sul giro, velocità in salita o robe simili, ma per misurare lo spettacolo offerto, in funzione dell’esito. Convinto che, senza quei 20-25 km aggiunti in più rispetto a qualche anno fa in virtù delle regole UCI, la prova femminile sarebbe risultata molto meno emozionante. Mentre gli ultimi due giri della -fin a quel momento- bellissima e caotica gara maschile, hanno fatto venire solo rabbia, almeno personalmente, per come l’outsider Brandon McNulty se ne è potuto andare senza essere più ripreso.
Il dato emerso è, infatti, che le big attese (Vollering, Niewiadoma, Longo Borghini, Reusser) hanno corso da par loro ed erano alla fine tutte lì a giocarsi vittoria e medaglie con lucidità, nonostante la stanchezza accumulata nei primi 160 km. Invece, senza il gatto Pogačar, i topi Seixas, Del Toro, Evenepoel non hanno ballato, sbagliando tattiche, rinunciando alla gloria per favorire i compagni di team (ma non di Nazionale), rimanendo confinati ai margini della lotta. E il successo è andato alla più organizzata squadra americana, che con una condotta di gara perfetta si è messa in tasca tutti quanti.
Eppure quelle che “non sapevano correre” e si inseguivano solamente a vicenda, senza criterio, si diceva fossero le donne, secondo una versione maschio-centrica del ciclismo.
Nella foto: Vollering taglia il traguardo della prova in linea a braccia alzate


