Ruanda, Mauritius e Sud Africa.
Un podio o addirittura il successo di Kimberley Le Court nella gara in linea di sabato 27 settembre sarebbe uno spot perfetto per il Ruanda e per l’UCI: la prima medaglia africana nella storia dei Mondiali di ciclismo su strada conquistata nel corso del primo Mondiale di ciclismo su strada disputato in Africa!
In realtà, la vincitrice di una tappa al Giro lo scorso anno, della Liegi nel 2025 e di una frazione del Tour femmes sempre nel 2025 -Tour in cui ha anche indossato per quattro giorni il simbolo del primato-, è nata a Curepipe, nelle Mauritius, a 3600km da Kigali, la capitale ruandese che ospita la rassegna iridata. Quindi, sarebbe come dire che la vittoria di un danese alla Vuelta è uno spot perfetto per il ciclistico spagnolo…
Il fatto è che l’Africa è sconfinata, ma dal Sahara in giù la si pensa come se fosse un tutt’uno. Per questo, vista l’assenza di Olimpiadi, di Mondiali di atletica o di nuoto ospitati e organizzati in Paesi africani, non è raro sentir paragonare l’eccezionalità di questo Mondiale di ciclismo su strada in Ruanda a quanto accaduto nel 1995 o nel 2010 quando il Sud Africa organizzò le Coppe del mondo maschili di rugby e calcio, rispettivamente. E nel primo caso vinse anche.
L’accostamento è, però, fuorviante perché tra Kigali e Johannesburg o tra Kigali e Città del Capo non è solo questione di distanza chilometrica (e, comunque, siamo tra i 3700 e i 5000km dalla capitale ruandese): la ricchezza del suo sottosuolo e la triste storia di dominazione in loco da parte dei bianchi, che continua ancora oggi in termini di distribuzione iniqua delle ricchezza a trenta anni e più dall’abolizione dell’apartheid, fanno del Sud Africa un caso a parte, tanto che è l’unico Paese africano a far parte del G20.
Più sensato, quindi, volgere lo sguardo alla fascia centrale dell’Africa per capire quanto questa decisione dell’UCI di andare in Ruanda sia davvero una novità nella storia delle manifestazioni sportive di rilevanza internazionale e, soprattutto, quanto questo possa preannunciare un cambio di paradigma per il futuro. Visto che il Qatar, tanto per citare uno Stato a cui ormai assegnano di tutto, non ultimo il Mondiale maschile di basket del 2027, ha cominciato in sordina con il G.P. di motociclismo nel 2004 e con il meeting di atletica di Doha inserito nel circuito della Diamond League nel 2010.
La rissa nella giungla.
Kenya e Ruanda fanno parte della stessa regione, quella dei Grandi Laghi, anche se non confinano tra loro. Il Kenya ha una superficie ventidue volte maggiore e una popolazione che è il quadruplo di quella del Ruanda. Il Kenya è una potenza mondiale del fondo e del mezzofondo e ha vinto almeno un oro in tutte le edizioni delle Olimpiadi estive cui ha partecipato dal 1968 al 2024. Il Ruanda nel ciclismo può contare come massimo risultato l’oro colto dalla staffetta mista al Campionato africano su strada nel 2024.
Eppure la IAAF, prima, e World Athletics, poi, non hanno mai assegnato al Kenya l’organizzazione di un Mondiale di atletica e in nessuna città kenyana ha fatto tappa la Diamond League.1 Kigali, invece, ha ottenuto dall’UCI il Mondiale di ciclismo su strada 2025.
Chi governa lo sport mondiale non guarda, dunque, alla tradizione sportiva, quando scelgono città o nazioni in cui far disputare un grande evento. O, almeno, non sempre e non come primo requisito. E perché adesso Pogačar, Evenepoel, Vollering e la citata Le Court stiano sbiciclettando sulle strade del Ruanda lo si può meglio comprendere evocando “The rumble in the jungle“, “La rissa nella giungla”, lo storico incontro per la corona dei pesi massimi tra Muhammad Alì e George Foreman, andato in scena nella notte di Kinshasa il 30 ottobre del 1974.
Quello che, a mio parere, è, a tutt’oggi, il più noto evento sportivo internazionale ospitato da un Paese dell’Africa centrale, si sarebbe svolto altrove senza il finanziamento di Mobutu, il presidente padrone dell’allora Zaire, attuale R.D. Congo, e senza la sua volontà politica di porsi come punto di riferimento internazionale «pour l’homme noir»2. Così come la rassegna iridata 2025 di ciclismo su strada non sarebbe ospitata nel vicino Ruanda senza l’opera di un altro presidente padrone, Paul Kagame, che da trenta anni è a capo del piccolo Stato che, oltretutto, finanzia la guerriglia in una zona di confine con la R.D. Congo.
Soft power made in Ruanda.
Tra sportwashing e sport usato come soft power c’è una leggera differenza, che si affievolisce con il tempo, se si è di fronte a un governo autoritario, che, chiacchierato in ambito internazionale su questioni riguardanti libertà e diritti civili, inizia, dapprima, a investire negli eventi sportivi per dare una migliore immagine di sé all’estero e poi, magari, dà il via a massicce campagne di sponsorizzazione che invitano i turisti occidentali a visitare il proprio Paese. Nel quale la situazione diritti individuali non è cambiata di una virgola.
Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi hanno seguito questa strada; anche Israele quando nel 2018 si affidò al Giro d’Italia e a una squadra ciclistica appena promossa nel World Tour. Ebbene, nel gigantesco continente africano il piccolo Ruanda di Kagame è leader in questa pratica di soft power mediante lo sport. Altrimenti, come spiegare le scritte Visit Rwanda che compaiono sulle maglie di Paris Saint-Germain e Arsenal? Come abituarsi all’idea che dal 2019 il Tour del Ruanda è una corsa internazionale di classe 2.1, ovvero vi partecipano le migliori del panorama internazionale, e, se tutto va bene, tra qualche anno farà pare dell’UCI World Tour? Come interpretare, infine, la notizia che la Formula 1, che in Africa ha corso solo in Marocco negli anni Cinquanta del secolo scorso e in Sud Africa tra il 1962 e il 1993, potrebbe avere a breve un G.P. del Ruanda?3
Come spiegare, aggiungo io, che quando qualche anno fa il governo britannico di Sunak propose una legge di rimpatrio in Paesi terzi dei migranti irregolari, il Ruanda si offrì subito? Perché anche offrirsi di risciacquare lo sporco altrui fa guadagnare considerazione in ambito internazionale a un Paese in via di sviluppo.
E allora lo visitiamo ‘sto Ruanda o no?
Come ha spiegato Valerio Moggia sul Post, soprattutto a causa del conflitto a bassa intensità con la vicina R.D. Congo, il Mondiale di Kigali è stato per qualche mese in dubbio. A paventare il boicottaggio è stato soprattutto il Belgio, che evidentemente ha ancora interessi nella sua ex colonia. L’UCI ha sempre difeso la scelta geopolitica fatta e, alla fine, la bizzarria di questo Mondiale di ciclismo nel centro dell’Africa, con una salitona in pavé tipo muro di Huy, si è concretizzata.
Che dire? Considerando che alla fine il Mondiale 2022 in Qatar non lo ha boicottato davvero nessuna Nazionale… Vedendo quanto poca resistenza sta avendo l’Arabia Saudita nella scalata al vertice del calcio mondiale in epoca Infantino… Constatando quanto la FIFA non intenda isolare Israele nonostante il massacro in corso a Gaza… Un Campionato del mondo di ciclismo su strada nella remota Africa centrale fa meno male, almeno per noi europei che siamo da questa parte del mondo a goderci la bellezza di immagini davvero inconsuete.
Non è detto, però, che tutto questo non sia solo il retaggio del nostro inveterato atteggiamento post-coloniale che tende a giudicare piacevolmente esotico quanto offerto dal continente nero.
Immagine in evidenza: Kerbaol, Squiban e Labous nel corso della staffetta mista a cronometro, 24 settembre 2025


