Sono una giornalista e una “new woman”, se questo termine significa che credo di poter fare qualsiasi cosa un uomo possa fare.

Si presenterà così Annie Londonderry sul New York World, prima di iniziare a parlare del suo giro del mondo in bici.
Partita da Chicago il 27 giugno 1894, vi ritorna nel settembre del 1895 dopo esser passata per New York, Parigi, Alessandria d’Egitto, Gerusalemme, Hong Kong, Yokohama e San Francisco. All’origine dell’impresa una scommessa. O forse no, è solo un di più per rendere la storia accattivante, perché la ragazza con il marketing ci sa fare. Prova ne è che Londonderry, il cognome scelto per non comparire come Annie Cohen Kopchovsky sui giornali di un paese fortemente antisemita come gli Stati Uniti, rimanda alla marca di acque minerali che a Chicago, alla partenza, ha pagato 100 dollari per attaccare un carrettino pubblicitario alla sua bici.  

A sentire i suoi racconti, Annie nel corso del suo avventuroso viaggio ha anche tempo di partecipare a una battuta di caccia alla tigre in India, finire in prigione in Cina e scontrarsi contro un “gregge” di maiali in Iowa. E soprattutto di inventarsi tante Annie diverse per chi qui e là la intervista, forse perché alla realtà di una donna, ventiquattrenne, nonché madre di tre figli, che molla improvvisamente tutto e attraversa l’Oceano su due ruote, in pochi ci crederebbero. In fondo, solo su quel suo essere “new woman” non ci sono dubbi. Una indipendenza cercata e rivendicata con orgoglio, che spiega perché, appena possibile, la memoria di Annie Londonderry verrà cancellata e perché si dovrà aspettare il 2007 e le ricerche di un suo pronipote per vederla tornare alla luce.

Da due a tre ruote, dalla Londonderry a Bertha Benz, nata Ringer, un’altra avventura che spariglia le carte, che, però, non si pone l’obiettivo di incidere sulla condizione femminile. 
La Patent Motorwagen, assemblata da suo marito Karl, giace inutilizzata in garage da un po’ e senza speranza di esser venduta, quando Bertha carica su i due figli e, all’insaputa del coniuge, intraprende il viaggio di circa 90 km da Mannheim a Pforzheim. Sono i primi di agosto del 1888 e mai una vettura con il motore a scoppio è stata condotta lungo una strada provinciale, tantopiù da una donna. Certo, i benzinai non gli ha inventati nessuno e così la nafta va acquistata in farmacia. La Patent Motorwagen ha poi dei difetti di gioventù che Bertha accomoda usando sapientemente una giarrettiera e una spilla per cappelli. Per il resto fila tutto liscio e per le vetture griffate Benz, da quel momento in poi, non sarà più la stessa cosa (il nome Mercedes-Benz vi dice niente?). Nessun successivo manifesto pubblicitario sembra, però, insistere sull’idea che i tricicli a motore messi a punto da Karl sono così facili da usare che anche una donna li può guidare anche fuori città. Questo fa pensare che Bertha, una volta tracciata la via, tornerà al suo ruolo di moglie e madre

Se date un’occhiata al sito della Mercedes-Benz, troverete tante frasi lusinghiere e un’intera pagina dedica a Bertha, al suo intuito. «A woman moves the world» c’è scritto, ma il tributo tradisce un compiacimento tutto maschile di chi può esibire nel proprio Olimpo una donna speciale perché al contempo intelligente, leale e devota.

Cfr.
P. Zheutlin. Chasing Annie: The Woman Who Changed My Life Was Brave, Cunning, Daring And Free – And I Never Met Her
Bertha Benz, A woman moves the world,

Da Chiaroscuro n° 58, settembre 2020