Mi. Co. 2026, l’Olimpiade in ottica di genere /9 e 10

Milano-Cortina 2026. Una Olimpiade, due luoghi distinti e distanti nella denominazione ufficiale, due regioni diverse interessate a organizzare l’evento e, per lo sci alpino, anche due diversi scenari di gara. La spartizione? In base al criterio più semplice, quello di genere e, chissà, se dietro la soppressione del parallelo misto a squadre (presente nelle due precedenti edizioni dei Giochi) non ci siano anche questioni logistiche.
Gli uomini saranno a Bormio, in Valtellina; le donne sulla Olympia delle Tofane, in uno dei due luoghi eponimi dei Giochi. Ora, la “Stelvio” è una garanzia, perché è una delle piste più belle e difficili del circuito della Coppa del mondo maschile e poi Bormio ha già ospitato due volte il Mondiale di sci alpino; però, poter correre a Cortina lì, dove già nel 1956 si assegnarono titoli olimpici, è una sensazione di comunione con il passato, che potranno provare solo le sciatrici.

Come località, Cortina, ha poi un altro primato di anzianità: nel 1927 ospitò per le prima volta gare benedette dalla FIS, la federazione internazionale (segnatamente, il quarto Concorso internazionale di sci nordico), e nel 1932 fu sede del secondo Concorso internazionale di sci alpino della storia1. In quella occasione una altoatesina, Paula Wiesinger, vinse la discesa libera, diventando la prima sportiva italiana a potersi fregiare di un titolo mondiale/olimpico individuale, con quattro anni di anticipo rispetto a Ondina Valla, oro a Berlino 1936 negli 80m hs.
Wiesinger era un’atleta completa, eccelleva persino nel nuoto. Solo che, ancor più che scendere dalle cime alpine sci ai piedi, la sua grande passione era arrampicarvisi. Era talmente brava che la chiamarono per fare da controfigura all’attrice, poi regista, Leni Riefenstahl, specializzata in film girati in alta montagna.

Qualcosa, però, non torna: come era possibile che a una donna fosse “permesso” di arrampicarsi o che si organizzassero delle gare femminili internazionali di discesa, quando a stento la società accettava che le ragazze si spostassero in bicicletta e non prevedeva per le donne un ruolo diverso da quello di moglie e madre?
La risposta è da cercare nelle caratteristiche che lo “ski” aveva come sport.

Sci alpino, signorine d’alta quota.
Lo Ski Club Torino nacque sul finire del 1901 nel salotto di Adolfo Kind, l’ingegnere svizzero che per primo aveva portato gli “ski” nella città sabauda. Uno degli obiettivi dichiarati era quello di reclutare soci «tra le signorine e gli studenti» e, in effetti, quando nel 1909 il club organizzò un ritrovo a Bardonecchia, la partecipazione femminile fu notevole. Si disputò persino una “gara di signorine”, sulla distanza dei 700 metri.
Dotarsi delle attrezzature necessarie e recarsi nelle stazioni sciistiche, che via via si andavano aprendo sull’arco alpino, non era certo alla portata di tutte, ma l’esclusività, garantita dall’appartenenza -per nascita o matrimonio- a una classe medio-alta, consentiva alle donne del tempo di cimentarsi nello sport dello “ski”.

Inventato millenni prima in terre scandinave per favorire il trasporto sulla neve di merci e persone, ai piedi delle Alpi lo sci divenne in poco tempo un mezzo per domare, sia pure per il breve spazio di una discesa, quelle montagne così alte e irraggiungibili.
Dell’esistenza di queste due anime molto diverse si accorse ben presto la FIS, costituitasi nel 1924, tanto che iniziò a organizzare concorsi internazionali distinti per sci di fondo e sci alpino (gli antesignani dei moderni Mondiali). Fatalmente, anche per normarne l’accesso alle donne, la FIS utilizzò un doppio standard, mutuandolo evidentemente da quanto accadeva nei rispettivi contesti di riferimento. Con risultati paradossali:

  • Da una parte, donne che ai Mondiali, sin da subito, gareggiarono in discesa e slalom, discipline più pericolose, ma non praticabili da chi non aveva soldi a sufficienza o viveva lontano dai monti.
  • Dall’altra, nessun titolo femminile nel fondo, che alla pari del ciclismo proponeva prove di resistenza su medie o lunghe distanze, utilizzando un mezzo per spostarsi in autonomia alla portata di tutti e tutte.

Del resto, di una donna che impara a essere indipendente e a muoversi da sola c’è da temere, molto più di una che fa cose pericolose in montagna, magari sotto l’occhio vigile del proprio compagno.

つづく- continua…

Nell’immagine evidenza: Paula Wiesinger

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Puntata successiva: Erika Lechner, il primo oro femminile