Rigidamente composta all’interno di un abito scuro che le copre anche i piedi, la quarantacinquenne Elvira Guerra ci appare elegante e austera mentre si accinge a partecipare al Prix International de la selle. La competizione, che premia stile e armonia del binomio cavallo-cavaliere, un po’ come l’odierno dressage, è una delle cinque previste dal concorso ippico organizzato tra il 29 maggio e il 2 giugno del 1900 a contorno dell’Esposizione Universale di Parigi.
Scorrendo la classifica ufficiale, che riporta solo i primi quattro arrivati, il nome dell’italiana non c’è. Il dubbio è che montare all’amazzone indossando corsetto e veste lunga deve essere limitante nei movimenti. Poco male: per il solo fatto di esserci, Guerra diventa, molto probabilmente a sua stessa insaputa, la prima donna di nazionalità italiana a prender parte a una gara olimpica. 

Benché, infatti, gli organizzatori francesi non lo dicano (o, a loro volta, non lo sappiano), sotto la dicitura “Les Sports à l’Exposition”, usata ad esempio da autorevoli riviste come La Vie au Grand Air, sono nascosti gli appuntamenti che, secondo il progetto del barone de Coubertin, assegnano i titoli della II Olimpiade.
Mettere insieme Esposizione Universale e Giochi olimpici è stata, però, una colossale ingenuità perché i due eventi si propongono fini inconciliabili (la prima ha come obiettivo celebrare la grandeur francese all’alba del nuovo secolo, mentre nell’ottica decoubertiniana i secondi sono portabandiera di una sorta di cosmopolitismo elitario) e, dal contrasto, è l’Olimpiade a esserne uscita praticamente annullata. Da qui anche i problemi di natura statistica che renderanno molto arduo e un po’ ipocrita il lavoro di omologazione dei risultati fatto ex post dal CIO e per i quali, giusto per rimanere al concorso ippico, il Prix International de selle verrà considerato gara ufficiale solo all’inizio degli anni Duemila, mentre il salto in alto o il salto in lungo, in cui il conte Gian Giorgio Trissino conquista, rispettivamente, un primo e un secondo posto, sin da subito.

Una conseguenza positiva l’accorpamento Giochi-Expo, però, ce l’ha e la presenza di Guerra lo testimonia. Quattro anni prima, ad Atene, non c’erano state atlete in gara per esplicito volere di de Coubertin. A Parigi, anche perché il CIO non ha il controllo diretto degli eventi sportivi che si succedono nell’arco dei sei mesi di durata dell’Esposizione, qualche donna qua e là è ammessa. La contessa Hélène de Pourtalès, ad esempio, accompagna marito e nipote nelle regate veliche a bordo del Lerina, conquistando un primo e un secondo posto; Marie Ohier partecipa alle gare di croquet misurandosi anche contro atleti maschi; nel tennis e nel golf c’è addirittura un torneo riservato alle signore.
Con l’equitazione fanno, dunque, cinque gli sport che registrano la partecipazione di almeno una atleta. Tutte discipline riservate a una élite, a cui la donna si può dedicare sfoggiando un abbigliamento “consono”. E le assurde mise della stessa Guerra o delle vincitrici delle prove femminili di tennis e di golf lo stanno a confermare.

 Al velodromo di Vincennes, invece, nessuna atleta in gara. Eppure, andare in bicicletta è la pratica sportiva più comune tra le donne, ma, evidentemente, forza, resistenza e sudore devono restare prerogative dell’atleta maschio.

Da Chiaroscuro n° 53, giugno 2019